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Rapporti con l’Avvocatura e valutazioni di professionalità

Nel documento approvato all'unanimità all'esito del C.D.C. del 28 ottobre 2017 si afferma in modo netto la contrarietà dell'A.N.M. al rafforzamento del ruolo degli avvocati nei consigli giudiziari con particolare riferimento alle valutazioni di professionalità dei magistrati. In tal senso si era già espressa la sezione distrettuale di Roma del nostro gruppo, recependo una linea che da tempo Unità per la Costituzione aveva affermato fin dal congresso di Orvieto nell'ambito dei lavori del workshop dedicato alle valutazioni di professionalità.
 
Segnatamente era stato evidenziato l'effetto distorsivo delle corrette dinamiche processuali, con conseguente lesione del  principio di autonomia e di indipendenza della Magistratura, che potrebbe derivare da un parere procedimentalizzato proveniente dagli organismi di rappresentanza territoriale dell'Avvocatura o da una partecipazione dei rappresentanti dei suddetti organismi alle deliberazioni dei Consigli Giudiziari aventi ad oggetto la progressione in carriera del magistrato.
Già oggi, difatti, sulla base della normativa vigente, ogni fatto rilevante ai fini della valutazione di professionalità di un magistrato, noto all'Avvocatura,  può essere portato a conoscenza degli organi del circuito dell'Autogoverno locale e nazionale attraverso il potere di segnalazione previsto,  proprio in tema di valutazioni di professionalità e conferma dei dirigenti negli incarichi direttivi e semidirettivi,  dall'art. 11 comma 4 lett. f) d. lgs. n. 160 del 2006. La suddetta norma ha, difatti, introdotto il potere specifico dei Consigli dell'ordine degli avvocati di fare pervenire  al Consiglio Giudiziario segnalazioni relative al magistrato sottoposto a valutazione di professionalità in ordine a fatti specifici incidenti sulla professionalità con particolare riguardo alle situazioni eventuali concrete ed oggettive di esercizio non indipendente della funzione ed ai comportamenti che denotino evidente mancanza di equilibrio o di preparazione giuridica. Si tratta  di un giusto punto di equilibrio che è stato raggiunto fra  opposte esigenze: da un lato è assicurato un ampliamento delle fonti di conoscenza che consente di pervenire a valutazioni di professionalità effettive, prevedendosi la partecipazione,  in forma appropriata, attraverso i relativi organismi di rappresentanza territoriale, di quei professionisti che quotidianamente sono chiamati a confrontarsi con la nostra attività; da un altro,  viene tutelata,  in modo momento particolarmente delicato della carriera, l'indipendenza interna del magistrato sottoposto a valutazione e l'indipendenza esterna della Magistratura nel suo complesso,  destinata a trovare attuazione attraverso il circuito del governo autonomo.
 
Una procedimentalizzazione dell'intervento dell'Avvocatura con l'attribuzione alla stessa di poteri, anche solo consultivi, nel procedimento di valutazione della professionalità del magistrato rappresenterebbe un vulnus gravissimo all'autonomia ed all'indipedenza della Magistratura. In proposito deve ancora osservarsi che il sistema,  giustamente,  non prevede nessuna forma di reciprocità, non intervenendo in alcun modo la Magistratura nei sistemi di selezione, valutazione e formazione della classe forense.  
 
Un'analoga contrarietà deve esprimersi con riguardo al tema ancora più insidioso,  perché interno alla Magistratura, delle valutazioni incrociate e come si usa oggi dire dell'ufficio "dirimpettaio": si tratterebbe di un evidente inquinamento della normale dialettica processuale che deve intercorrere,  sulla base delle sole norme di legge,  fra il giudice ed il P.M., essendo del tutto fuori dal sistema la possibilità di rilasciare da parte del giudice pagelle sulle modalità di sostenere l'accusa da parte del magistrato del P.M., come anche la reciproca possibilità per il P.M. di esprimere valutazioni sulla professionalità del suo giudice. Gli spazi d'interazione fra giudice e magistrato del P.M. sono quelli della motivazione dei provvedimenti giudiziari per il primo e della facoltà d'impugnazione per il secondo; crearne di nuovi significherebbe attentare ai difficili equilibri del processo penale venendosi a incidere anche sul rapporto di parità processuale che deve sussistere fra la parte pubblica e quelle private.
 
Quanto fin qui esposto, ho ritenuto necessario dovere ribadire,  affinché sia chiara, al nostro interno e dinanzi all'opinione pubblica, la posizione della Magistratura associata e dei gruppi che la compongono a fronte delle affermazioni del sig. Ministro della Giustizia rese in occasione dell'incontro con i Capi di Corte ed i Consigli Giudiziari.
 
Non vorrei che la partecipazione degli avvocati alle commissioni flussi,  recentemente deliberata, con il voto contrario dei soli consiglieri di Unità per la Costituzione, possa trasformarsi in un'occasione per introdurre nuove e più pericolose forme di partecipazione dell'Avvocatura al circuito dell'autogoverno locale; difatti se, da un lato, possono essere accettati e condivisi tutti gli interventi normativi e paranormativi volti ad allargare le forme di partecipazione delle rappresentanze istituzionali dell'Avvocatura alle discussioni ed alle deliberazioni attinenti  alle tematiche organizzative incidenti sul concreto funzionamento della giustizia sul territorio, da un altro lato, occorre ribadire la nostra ferma contrarietà a qualsiasi forma di coinvolgimento dell'Avvocatura, al di là del già previsto potere di segnalazione, nei  temi ordinamentali ed in particolare nelle valutazioni di professionalità dei Magistrati.
 
Roma, 16 marzo 2017
 
Roberto Carrelli Palombi