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Saluto

Consentitemi delle brevi riflessioni su ciò che incessantemente e costantemente, per tutta la mia vita, professionale e privata, ho amato, cercato, coltivato e perseguito intensamente, con intima passione e senza cedimenti: la GIUSTIZIA, ossia la strada maestra, non l'unica, ma la più luminosa e fertile, per la percezione, il conseguimento e la difesa del "bene comune", senza cui non può parlarsi di solidarietà, di diritti, di democrazia.

Molti, anzi troppi, per accattivarsi il favore ed il consenso del giudizio popolare al fine di acquisire per sé il potere, camuffano l'interesse privato per bene comune ("bonum publicum" lo definivano i romani), simulando di operare per la realizzazione di esso. E Sallustio stigmatizza tale indecente costume con la famosa invettiva: << bonum publicum simulantes pro sua quisque potentia certabant>>.

Bene comune che la nostra Costituzione indica all'art. 98, allorchè dispone che << i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione>>.

Dunque "giustizia", ossia l'osservanza e l'attuazione dell'insieme dei principi stabiliti dalla Costituzione per garantire l'effettività del diritto alla tutela giurisdizionale, << in cui è intimamente connesso con lo stesso principio di democrazia l'assicurare a tutti e sempre, per qualsiasi controversia, un giudice ed un giudizio >> ( Cort. Cost. sent. N. 18/82 ).

Giustizia, anzitutto, come riconoscimento e rispetto senza scale gerarchiche, della dignità della persona e come realizzazione sempre più estesa e diffusa dell'uguaglianza, giacchè soltanto attraverso l'inviolabilità della dignità umana e l'uguaglianza, la coscienza comune può maturare la certezza e la legittimazione del valore della legalità.

Giustizia, infine, come approdo dell'esercizio della sovranità popolare, nella particolare forma costituzionale della giurisdizione,protesa alla tutela ed al soddisfacimento dei diritti delle persone sulla base dell'uguaglianza.

<< Non c'è, infatti, giustizia senza libertà di perseguirla, non c'è libertà senza una giustizia che merita di essere perseguita >> ( Zagrebelsky ).

Non a caso Calamandrei, in un saggio del 1955, ammonisce che << dentro ciascuno degli articoli della Costituzione è racchiusa una fiamma religiosa di solidarietà e di progresso sociale >> e che sottovalutare, screditare e sminuire la legge e la Costituzione << è un pericolosissimo principio per uno Stato repubblicano, il quale proprio nel rispetto della legge e della Costituzione trova il fondamento della propria unità e la base della vita ordinata >>. Non diversamente Aristotele, il quale medita che << i cittadini devono essere educati in armonia con il tipo di costituzione che vige nella loro città, perché un insieme di costumi adatto a ciascuna costituzione di solito la conserva e la instaura fin dal principio : così sui costumi democratici si sostiene la democrazia... e sempre i costumi migliori sono il fondamento della costituzione migliore >>, ( Aristotele, "Politica", l. VIII, pag. 623, a cura di C. A. Viano, BUR ).

" Remota iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia", si doleva S.Agostino.

Ed è in funzione di questa "giustizia" che la nostra Costituzione, in contrapposizione al modello burocratico del giudice funzionario, tipico del sistema napoleonico, ma, soprattutto, in antitesi al giudice, ferreamente gerarchizzato, asservito ed omologato, imposto e voluto dallo Stato fascista, ha declinato una nuova figura di magistrato, la cui statura morale e professionale, traendo alimento e legittimazione incessanti dalla dimensione culturale , si salda nella responsabile e incoercibile consapevolezza della sua indipendenza, della sua autonomia ed imparzialità, nel senso inderogabile della sua soggezione soltanto alla legge, per la ricerca razionale, appunto, della giustizia nell'uguaglianza.

Il guaio o, se volete, la devastante tristezza è che oggi questa figura di giudice indipendente e libero, è nuovamente messa in discussione, quando non addirittura avversata da quanti, magistrati e laici, i primi sedotti unicamente dal privilegio del potere, dimentichi che la loro funzione è esclusivamente un servizio a tutela dei diritti di tutti;  gli altri preoccupati sempre di più del nesso inscindibile tra esercizio indipendente e principio di uguaglianza, con conseguente riduzione degli spazi di potere, dei luoghi di privilegio, dei santuari di particolarismi e favoritismi, premono per tornare all'assetto del passato del giudice funzionario, mortificato dal vincolo più o meno stretto, più o meno occulto, di omaggio, quando non
di vero e proprio asservimento, alle esigenze del potere esecutivo.

Una simile prospettiva si pone in clamoroso contrasto con il sistema di " giustizia " disegnato dalla Costituzione, perché, di fatto, soffoca il principio di assolutezza, inviolabilità ed universalità della tutela giurisdizionale, trasfigurandola in mera funzione burocratico-amministrativa, il cui unico scopo è lo smaltimento, comunque, dell'"affare", con gli ulteriori avvilenti effetti del ritorno trionfante del giudice funzionario, del carrierismo sfrenato che fatalmente lo agiterà, e, così, del venir meno dello Stato democratico costituzionale di diritto.

Il tutto tragicamente aggravato dai disagi e dai malesseri, dalle contraddizioni e dalle incertezze, dai dubbi e dalle angosce, dalle nuove povertà e dalle accresciute diseguaglianze, di una comunità nazionale che stenta a concepire una dimensione di etica pubblica, che però resta indifferente o addirittura si rifiuta o, più semplicemente, non sa come cercarla o come costruirla.

Retrocessa, allora, la giurisdizione ad attività amministrativa, per di più allucinata dall'ossessione produttivistica, la magistratura muterà pelle e natura, trasformandosi in corpo interamente burocratico, ben disposto a compiere scelte omogenee ai vari livelli e nei diversi luoghi, conformi alle indicazioni provenienti dagli altri poteri e, in particolare, da quello politico.

L'uniformità della giurisdizione, fondata sul conformismo e l'omogeneizzazione della magistratura, assunti a dogma, rappresenterà un formidabile strumento di cui il potere politico potrà avvalersi per assicurarsi il controllo sull'amministrazione della giustizia.

A quel punto, la " giustizia ", nella prospettiva imposta dalla Costituzione, subirà un vulnus mortale, che insidierà la stessa democraticità dello Stato di diritto a causa di una tutela giurisdizionale defraudata della sua effettività sostanziale ( v. Cort. Cost. sent. N. 26 del 1999 ).

Come dolentemente osserva Zagrebelsky, << potere, fama e successo saranno >> - ma già ampiamente sono - << forze travolgenti, richiami irresistibili, che cresceranno senza lasciare scampo >>, sorretti dalla spasmodica aspirazione a possederli, e coloro che li inseguono, non esclusi i magistrati, finiranno per esserne posseduti.

Occorre, per un verso, evitare che la giurisdizione sia mortificata, offesa e devastata dal pericolo della schiavitù verso la falsa modernità, ossia dalla deriva quantitativa, ove l'efficientismo domina sull'effettività e dove il numero acquista esasperatamente la vetta di categoria imperante e vincente, indipendentemente o, peggio, a detrimento della qualità della funzione; per altro verso, deve scongiurarsi il simmetrico pericolo che la giurisdizione sia malinconicamente contaminata, per chi ha l'onore e l'onere di amministrarla e servirla, dalla seducente musica dei pifferi e delle lusinghe delle carriera, con conseguente inaridimento della linfa che soltanto la anima e la legittima, quella della ricerca della giustizia.

La tutela giurisdizionale non può essere compiacente e piegarsi a postulati produttivistici in termini matematico-statistici, ma è, e deve rimanere, in primo luogo un problema di qualità, ragionevolmente congiunto, ma non ancillare rispetto all'efficienza, in coerenza con il dettato costituzionale, che espungendo qualsiasi conato burocratico del passato, ha voluto che la giurisdizione e la magistratura che la incarna, sorrette e guidate dai principi del rispetto della dignità della persona e di uguaglianza, esaltati dal principio di solidarietà sociale, si muovano ed operino in piena indipendenza autonomia ed imparzialità, senza gabbie della ragione, immuni da conformismi e omogeneizzazioni alle variabili esigenze del potere.

Essere affascinati prevalentemente ed esasperatamente dalla seduzione tecnocratica ed economicistica, significa precipitare nel gorgo omologante dell'efficientismo, e porre le basi per un'inaccettabile "dittatura" della quantità, ove conterà, come ammonisce Edgar Morin, soltanto << l'homo economicus, che mette l'interesse economico al di sopra di ogni cosa, tende ad adottare condotte egocentriche, che ignorano l'altro e che, per ciò stesso , sviluppano la loro propria barbarie >>.

L'indipendenza, l'autonomia e l'imparzialità dei magistrati, lungi dall'essere concepiti e vissuti quali privilegi, si identificano in principi costituzionalmente garantiti in quanto correlati sia al concreto esercizio delle funzioni giurisdizionali, sia << come regola deontologica da osservarsi in ogni comportamento al fine di evitare che possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza ed imparzialità: nell'adempimento del loro compito >> ( Corte Cost. n. 100/1981 ).

Gli stessi principi sono, altresì, volti a tutelare << la considerazione che ogni magistrato deve godere presso la pubblica opinione; assicurano, nel contempo, quella dignità dell'intero ordine giudiziario,  qualificata come prestigio, che si concreta nella fiducia dei cittadini verso la funzione giudiziaria e nella credibilità di essa >>, e che << rientra senza dubbio fra i più rilevanti beni costituzionalmente protetti >> ( Corte Cost. cit. ).

Insomma, i magistrati, sull'esempio di Cicerone ( De finibus ), lungi dal coltivare o inseguire l'utilità personale, devono sentire e praticare, come fine del loro agire,  sempre e soltanto il " bonum publicum " della " giustizia " e la loro indipendenza, come ancora sottolinea la Corte Costituzionale ( Sent. n. 168 del 1963 ) << trova la prima e fondamentale garanzia nel senso del dovere dei magistrati e nella loro obbedienza alla legge morale, che è propria dell'altissimo ufficio e che consiste nel rendere imparzialmente giustizia >>.      

  Catania, 13 aprile 2017.              

 

                                                                                                                               Bruno Di Marco