News

Moratoria per i componenti togati del CSM e fuori ruolo

Nulla è cambiato.

Si è intervenuti ancora una volta, l'ennesima, alla chetichella, nottetempo, in un contesto normativo distonico, deputato naturaliter a tematiche affatto diverse da quelle ordinamentali o, comunque, attinenti all'amministrazione della Giustizia, senza alcuna interlocuzione con l'ANM e con il CSM.

Due e due soltanto devono essere gli interlocutori del Parlamento e del Governo: l'Organo di Autogoverno della Magistratura e l'ANM che rappresenta circa ottomila magistrati ordinari.

La norma abrogata (art. 30 D.P.R. n. 916 del 1958), voglio ribadirlo, era stata inserita nel D.P.R. n. 916 del 1958 dall'art. 13 della legge n. 44 del 2002 con la quale era stato, tra l'altro, introdotto il sistema elettorale attualmente vigente per la nomina dei componenti togati del C.S.M.; sul testo originario già si era intervenuti con l'art. 2 comma 1-bis del d.l. n. 90 del 2014, riducendo il periodo di "decantazione" originariamente fissato in due anni ad un anno.

Facilissimo censurare il metodo, pessimo; facile stigmatizzare il merito.

Quando la norma fu introdotta immediate furono le reazioni emotive che la considerarono punitiva e, tuttavia, si comprese quasi subito che era necessaria.

Era necessaria perché fare il consigliere del CSM deve essere un servizio e non una posizione di potere. Terminato il mandato si deve, per un periodo congruo, tornare a svolgere le funzioni precedenti. La norma abrogatrice ha avuto, pertanto, a ragione, un effetto deflagrante nella magistratura tutta. Essa aumenta la diffidenza tra rappresentanti e rappresentati, mentre, invece, bisogna rinsaldare la rappresentanza per evitare che anche la magistratura diventi come la classe politica: scollegata dalla società. Genera il sospetto che le decisioni dei consiglieri prossimi alla fine del mandato siano influenzate da aspettative di carriera per singoli consiglieri uscenti, alimentando così l'immagine di una magistratura piegata alla politica, di contiguità e, quindi, anche di corrività.

E non è certo un'ipocrisia vietare per un anno che il consigliere uscente possa concorrere per un direttivo o ancora peggio, se si può, possa ricollocarsi fuori ruolo.

Ci sono ragioni oggettive. Fino al 2002 alcuni posti non venivano messi a concorso a favore dei consiglieri uscenti.

Le ragioni sono ancora attuali e sono in re ipsa: trattamenti di favore, il rischio di strumentalizzazione dell'incarico o anche solo il rischio del sospetto di strumentalizzazione dell'incarico per interessi particolari.

Si plaude pertanto alla paventata delibera da parte del Comitato di Presidenza di apertura di una pratica affinchè il CSM si esprima su questa materia.

Occorre, però, esprimere una disciplina uniforme, compiuta ed organica che involga la più ampia tematica attinente all'esercizio delle funzioni fuori ruolo, essendo ormai improcrastinabile una disciplina uniforme per tutti quei magistrati che, dopo avere, a vario titolo, esercitato funzioni diverse da quelle giudiziarie, presentano una domanda per accedere ad un incarico direttivo o semidirettivo.

L'ipocrisia c'è stata, invece, e c'è ancora "altrove". Non possono tollerarsi per i componenti togati uscenti del CSM trattamenti che siano diversi rispetto ai trattamenti riservati agli altri magistrati fuori ruolo.

Si è urlato allo scandalo per l'adozione di questa norma abrogatrice, per la fine di questa moratoria; eppure il CSM non fa politica, agisce e si muove, opera e pensa all'interno della nostra Istituzione: il Potere Giudiziario.

Analogo clamore non si è avvertito, invece, per l'inizio "mai" di una moratoria per tutti quei magistrati fuori ruolo che sono stati scelti dalla Politica e che abbiano operato fianco a fianco, per congruo tempo, con la Politica.

Pensiamo ai capi gabinetto che diventano procuratori o ai capi gabinetto che fanno domanda per incarichi anche apicali della Suprema Corte.

Perché, dunque, diventa pietra della vergogna l'eliminazione della moratoria per i componenti togati del nostro organo di autogoverno e non lo è stata per molto tempo la mancata previsione di una moratoria per chi abbia rivestito incarichi fuori ruolo troppo vicini alla Politica?

Come già Unità per la Costituzione ha in più sedi segnalato, per tutte queste fattispecie sarebbe quanto mai opportuno introdurre il cosiddetto "bagno di giurisdizione", nel senso che il magistrato, dopo avere esercitato per un periodo significativo funzioni diverse da quelle giudiziarie, dovrebbe essere necessariamente ricollocato nel posto di provenienza senza poter accedere ad incarichi direttivi o semidirettivi. Ciò in ragione della più stretta connessione esistente fra gli incarichi direttivi o semidirettivi e l'attività giurisdizionale e nella direzione di privilegiare chi questa attività ha continuativamente svolto rispetto a tutti quelli che hanno esercitato diverse, sia pure prestigiose, funzioni extragiudiziarie.

Certo, il tema dei fuori ruolo  -per la sua complessità- non può essere affrontato e risolto per verba generalia.

Vi sono attività svolte da magistrati "fuori ruolo" che sono sicuramente preziose in un'ottica di sistema: penso al grande contributo che magistrati esperti e competenti possono fornire presso il Ministero della Giustizia (si pensi all'Ufficio legislativo, in cui l'esperienza di un operatore così qualificato può consentire di concepire testi normativi fecondati da una pratica svolta sul campo) o presso la Presidenza della Repubblica (con riferimento all'attività di promulgazione delle leggi) o presso la Corte Costituzionale ecc.

E' evidente, però, in primo luogo andando più a ritroso, che tale "innesto" sarà utile se riguarderà colleghi selezionati in base alla loro specifica esperienze e competenza, cosi elevata da poter essere realmente preziosa .

Purtroppo, come è noto, si tratta di scelte assolutamente discrezionali e non sempre comprensibili, alla cui base si intravede talvolta l'esigenza di colleghi giovani (ma bene "appoggiati") di avvicinarsi prima possibile al luogo di residenza, altra volta la volontà di svolgere attività meno pesanti (i c.d. imboscati) ecc, e spesso prima ancora l'esigenza di solleticare il piacere di questo o quel politico di turno troppo vicino al magistrato prescelto; piacere evidentemente reciproco!

In sostanza, per i fuori ruolo istituzionali e utili in un'ottica di sistema sarebbe necessario essere molto più rigorosi nella individuazione dei colleghi da destinare, che devono presentare un profilo professionale adeguato alle funzioni. Inoltre sarebbe necessario stabilire un limite temporale ancora più stringente per tale esperienza: sia per consentire anche ad altri colleghi validi di maturare analoghe esperienze, sia per evitare che persone che hanno partecipato e vinto un concorso per fare i magistrati diventino altro, stabilmente dislocati altrove (talvolta con ripetute esperienze presso diverse istituzioni).

Vanno, peraltro, ripensati radicalmente quei fuori ruolo in organismi nei quali la presenza di magistrati è facoltativa e rispetto ai quali non è dato cogliere la insostituibilità e, talvolta, anche l'utilità di esperienze e competenze maturate nella giurisdizione.

La tematica è, in ogni caso, strettamente connessa alla necessità di preservare la terzietà costituzionale della magistratura, che sempre deve connotare l'azione dei magistrati rispetto all'agone politico. Il bagno di giurisdizione è quanto mai opportuno non solo perché soltanto un elevato livello di professionalità dei magistrati, consente all'intervento giudiziario di essere davvero indipendente ed autonomo, ma perché bisogna che si allontani anche solo il sospetto di contaminazione politica e lo si allontanerà spersonalizzando quel magistrato nel chiuso delle stanze che ospitino il silenzioso esercizio delle funzioni giurisdizionali per un congruo periodo di tempo.

Tanto varrà anche a porre un freno alla pericolosa deriva carrieristica, che, purtroppo, si registra anche tra i più giovani con la corsa alla precostituzione di titoli spendibili in funzione della progressione della carriera, ed a combattere il pericolo delle carriere parallele e del collateralismo politico.

Si chiede, pertanto, al Legislatore con fermezza che riveda se stesso e garantisca una disciplina uniforme ed organica della materia dei fuori ruolo.

Al CSM, in caso di prolungata inerzia del Legislatore, si chiede che intervenga sugli indicatori specifici e inserisca un favor per il candidato proveniente dal ruolo.

Da ultimo, in linea con i principi espressi, più volte Unità per la Costituzione ha evidenziato la assoluta inopportunità di passaggi senza soluzione di continuità dall'attività associativa, svolta nelle forme di cariche apicali o anche solo nelle vesti di mero componente del Comitato Direttivo Centrale dell'ANM, all'attività istituzionale.



                                              Tommasina Cotroneo