News

Ricollocamento consiglieri CSM

Si è persa un'occasione per intervenire in modo organico sulla disciplina dei magistrati destinati a funzioni diverse da quelle giudiziarie, fra i quali rientrano anche i componenti del C.S.M. Viceversa, si è preferito intervenire, senza nessuna preventiva interlocuzione con l'A.N.M. e con il C.S.M., che pure, ai sensi dell'art. 10 legge n. 195 del 1958, svolge una funzione consultiva per le leggi in materia di ordinamento giudiziario ed amministrazione della giustizia, abrogando tout courtle previsioni contenute nel terzo e quarto periodo dell'art. 30 D.P.R. n. 916 del 1958, che stabilivano l'obbligatorio rientro in ruolo dei magistrati alla cessazione della carica di componenti del C.S.M. nella sede di provenienza e nelle funzioni in precedenza esercitate, ponendo altresì il divieto, per i suddetti magistrati, di accedere ad incarichi direttivi o semidirettivi o di essere nuovamente collocati fuori ruolo prima del decorso di un anno dalla fine del mandato. La suddetta norma era stata inserita nel D.P.R. n. 916 del 1958 dall'art. 13 della legge n. 44 del 2002 con la quale era stato, tra l'altro, introdotto il sistema elettorale attualmente vigente per la nomina dei componenti togati del C.S.M.; sul testo originario già si era intervenuti con l'art. 2 comma 1-bis del d.l. n. 90 del 2014, riducendo il periodo di "decantazione" originariamente fissato in due anni ad un anno.

Unità per la Costituzione esprime forte dissenso rispetto alla scelta operata dal Legislatore, ritenendola errata nel metodo e nel merito. In primo luogo,  da un punto di vista metodologico, evidenzia come si sia intervenuti nella delicatissima materia dell'ordinamento giudiziario, che attiene all'organizzazione di uno dei poteri dello Stato, con una norma inserita nella legge di stabilità, deputata ad occuparsi di tematiche ben diverse da quelle ordinamentali o comunque attinenti all'amministrazione della Giustizia.  Quindi, nel merito, rappresenta come la disciplina del ricollocamento in ruolo del componente del C.S.M. alla fine del mandato meritava di essere affrontata nell'ambito della più ampia tematica attinente all'esercizio delle funzioni fuori ruolo, prevedendosi una disciplina uniforme per tutti quei magistrati che, dopo avere, a vario titolo, esercitato funzioni diverse da quelle giudiziarie, presentano una domanda per accedere ad un incarico direttivo o semidirettivo. Come già si era avuto occasione di segnalare, per tutte queste fattispecie sarebbe quanto mai opportuno introdurre il cosiddetto "bagno di giurisdizione", nel senso che il magistrato, dopo avere esercitato per un periodo significativo, per mandato elettorale o per altra qualsiasi causa, funzioni diverse da quelle giudiziarie, dovrebbe essere necessariamente ricollocato nel posto di provenienza senza poter accedere ad incarichi direttivi o semidirettivi o essere nuovamente ricollocato fuori ruolo prima del decorso di un congruo periodo di tempo parametro a quello durante il quale ha svolto funzioni diverse da quelle giudiziarie ed diversa tipologia delle stesse. Ciò in ragione della più stretta connessione esistente fra gli incarichi direttivi o semidirettivi e l'attività giurisdizionale e nella direzione di privilegiare chi questa attività ha continuativamente svolto rispetto a tutti quelli che hanno esercitato diverse, sia pure prestigiose, funzioni extragiudiziarie.

Da ultimo Unità per la Costituzione esprime massimo disappunto per la genesi, quale ricostruita sulla stampa di oggi, dalla quale sarebbe scaturita la norma in questione. Ove mai la Politica ritenesse ancora necessario interloquire con la Magistratura, al di là dei circuiti istituzionali, che lo faccia esclusivamente con gli organi di vertice dell'unica associazione rappresentativa della categoria nella quale si riconoscono la gran parte dei magistrati italiani.

 

Roma, 7 gennaio 2018

 

Roberto Carrelli Palombi