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Discorso di insediamento di Francesco Minisci

Premessa

Ringrazio tutti voi per la fiducia che avete inteso dimostrarmi scegliendomi a rappresentare l'Associazione Nazionale Magistrati e tutti i magistrati che ne fanno parte.

È per me motivo di orgoglio e di grande onore rappresentarvi e rappresentare tutti i colleghi.

Ma, proprio per questo, sento il peso della responsabilità di questo impegno.

 

L'attuale situazione politica e il ruolo dell'Associazione Nazionale Magistrati

L'anno che inizia oggi si presenta particolarmente articolato e complesso, come è evidente, e ciò per diversi motivi.

In primo luogo perché ci troviamo in  presenza di un assetto politico del tutto nuovo e in fase di evoluzione.

L'ANM ben presto si troverà di fronte un nuovo interlocutore istituzionale con cui affrontare i complessi nodi del sistema giudiziario.

Dei contenuti se ne parlerà nel corso dei mesi e, fin da subito, evidenzieremo quelle che, secondo noi, sono le priorità indifferibili sulle quali non si può perdere ulteriore tempo.

Una cosa è certa e deve essere chiara fin da subito: l'ANM proseguirà nel dialogo con i soggetti istituzionali che, dalle prossime settimane, dovranno trattare le questioni riguardanti la giustizia, senza pregiudizi nei confronti di nessuno, senza collateralismi, ma nello stesso tempo senza corsie preferenziali da parte di nessuno e nei confronti di nessuno.

Allo stesso tempo vogliamo sottolineare che per le questioni che riguardano il sistema giudiziario e il modo per migliorarne il funzionamento e per i temi che riguardano l'ordinamento giudiziario, l'Associazione Nazionale Magistrati è l'interlocutore che rappresenta tutta la magistratura.

Nella nostra azione rifuggiremo ogni sterile polemica che non fa bene a nessuno e non ci faremo trascinare in dannose strumentalizzazioni che nel passato non hanno per nulla giovato all'esercizio dell'unico compito che ci affida la Costituzione: la tutela dei diritti dei cittadini.

Saremo vigili e rigorosi nel garantire il rispetto delle regole e contribuiremo, con alto senso istituzionale, alla ricerca di soluzioni e di interventi che possano migliorare il sistema.

Sia ben chiaro: l'ANM non ha nemici, l'ANM non è di parte, l'ANM non ha fini politici.

Spesso, anche nel recente passato, è passata una certa idea secondo la quale alla magistratura sia affidato il compito di intervenire, con la propria azione, su fenomeni socio-penalistici, quasi in funzione moralizzatrice della società.

Ebbene, questa non solo non è la nostra idea, ma non rientra nei compiti a noi affidati: i magistrati intervengono su fatti che vanno provati nel processo, che possono essere più o meno complessi, reiterati, estesi e duri da scardinare, ma sono dei fatti.

Sicuramente l'azione della magistratura ha come conseguenza una funzione di deterrenza, perché contribuisce, insieme a tutto il resto, ad evitare il ripetersi di fatti illeciti, ma di certo la magistratura non ha il compito di moralizzare la società o categorie della società.

Ogni categoria deve occuparsi della deontologia dei propri appartenenti e la magistratura interviene quando la violazione del codice deontologico di ciascuna categoria costituisce anche reato.

Altri compiti di supplenza non sono a noi attribuiti.

Così come, una visione radicale, secondo la quale da una parte ci sono i buoni e dall'altra i cattivi, la rigettiamo.

Non è una visione che ci appartiene, non rappresenta il comune sentire dei magistrati italiani, è semplicistica, superficiale e non è degna di tecnici che, da custodi della legge, devono rigorosamente applicarla.  

Allo stesso modo, siamo fermamente convinti che il venir sempre più alla luce di fatti di corruzione richieda una azione attenta, efficace e rigorosa da parte della magistratura e delle forze dell'ordine.

Naturalmente per raggiungere i risultati e fronteggiare l'aumento significativo dei fatti di corruzione servono strumenti investigativi efficaci (prime fra tutte le intercettazioni telefoniche e ambientali) e conseguenze sanzionatorie certe ed effettive.

E di questo deve farsi carico il legislatore.

Tuttavia non siamo affatto convinti che possa essere idonea al fine che ci si prefigge l'introduzione di strumenti che, in qualche modo, inducano all'illecito.

Si tratterebbe di istituti rischiosi, che si presterebbero ad usi distorti e, dunque, dannosi.

 

Un'ANM propositiva

Nel passato più volte l'ANM si è trovata a dover rincorrere gli eventi, talora di ampia portata, ma non poche volte minimali, secondari, che hanno avuto come unico risultato quello di distrarre e fiaccare la nostra azione, nel tentativo di fronteggiare la contigenza.

Al contrario, l'ANM che immaginiamo e che vogliamo, è propositiva, pensa in grande, passa dalla imprescindibile elaborazione giuridico/culturale alla predisposizione di una serie di proposte di intervento che possano contribuire a superare le molte e gravi criticità che vive il sistema giudiziario in Italia.

Alcune facilmente risovibili attraverso interventi snelli e di rapida realizzazione, altre che necessariamente richiedono tempo, interventi di sistema e, soprattutto, risorse.

Deve essere chiaro il messaggio che interventi complessivi ed efficaci non possono prescindere dalla destinazione al settore giustizia di importanti risorse economiche.

Certamente una delle piaghe del nostro sistema è la lentezza dei processi.

Una risposta giudiziaria che arriva dopo molti anni, non è una risposta efficace e talora non è affatto una risposta, per cui tutti siamo d'accordo che la riduzione dei tempi di celebrazione dei processi sia uno dei primi interventi necessari per ridare efficienza al sistema.

Snellimento delle procedure (si pensi ad un nuovo sistema di notificazioni che faciliti la reperibilità di indagati e imputati, alla rielaborazione delle norme sull'appello, alla norma sulla rinnovazione dei dibattimenti, solo per fare alcuni esempi); redistribuzione delle piante organiche sul territorio nazionale (penso in particolare alle Corti d'Appello, soprattutto alcune, presso le quali pendono decine e decine di migliaia di processi in attesa di essere celebrati, o meglio, in attesa di non poter essere celebrati, situazione che rende sostanzialmente inutile gran parte del nostro lavoro), sono due tra le prime misure che potrebbero essere adottate, è bene sottolinearlo, a costo zero.

E poi è prioritario coprire i vuoti di organico del personale amministrativo, procedendo inoltre ad incentivare e gratificare il lavoro dei nostri collaboratori già in servizio, vera spina dorsale del buon funzionamento del servizio.

Ma, come è evidente, si tratta di un fattore, quello delle lungaggini processuali, intrinsecamente legato ai numeri: ogni magistrato è assegnatario di ruoli di fascicoli molto rilevanti in termini oltre che qualitativi anche quantitativi, ruoli spesso enormi e, dunque, gestibili a fatica.

Per cui, a fronte di  una elevata produttività e una notevole capacità di definizione delle cause e dei processi, i numeri continuano ad aumentare e con essi, naturalmente, i tempi di definizione.

Vogliamo iniziare a pensare, ad esempio, ad una seria depenalizzazione, che adegui il codice penale ai tempi, che selezioni veramente le condotte che abbiamo disvalore penale ed espunga dal sistema reati che non hanno alcuna capacità di deterrenza (in ragione delle sanzioni previste), che hanno una prognosi infausta perché destinati a concludersi con la prescrizione e che hanno come unica conseguenza quella di distogliere risorse, tempo ed energie a quegli affari (corruzione, criminalità organizzata, reati contro le fasce deboli, per citare alcune categorie) che meritano concentrazione, attenzione, ponderazione e, dunque, i necessari tempi di definizione, che in questo modo sarebbero ridotti?

Purtroppo, negli anni nessun intervento normativo organico è stato fatto per ridurre i tempi di celebrazione dei processi, eppure tutti sembrano d'accordo nel lamentare questo corto circuito.

Al contrario sono stati adottati interventi che hanno rallentato le procedure, basti pensare alla sciagurata norma sulle avocazioni, più volte da noi criticata prima e dopo la sua approvazione, introdotta lo scorso anno che ben presto creerà un imbuto nel lavoro degli Uffici requirenti di secondo grado e che auspichiamo possa essere oggetto di una necessaria modifica, pena il blocco del sistema.

Così come, le recenti modifiche in materia di intercettazioni presentano diversi profili di criticità e di difficile attuazione, tanto da meritare, prima che entrino in vigore, una seria riflessione.

Dunque si tratta di interventi che rallentano, anziché accelerare i processi.

Sia sulle avocazioni che  sulle intercettazioni ci impegneremo affinchè vi possa essere un necessario e opportuno ripensamento, così facendo nostro il grido di allarme che proviene dagli Uffici Giudiziari di tutto il territorio nazionale,

E ciononostante ai magistrati italiani - sia nel settore penale che in quello civile, settore troppo spesso dimenticato nel dibattito pubblico, ma di importanza cruciale nel contesto sociale ed economico - ai magistrati si chiede di produrre sempre di più (addirittura si parla con frase infelice di indice di smaltimento degli affari), in una visione aziendalistico/quantitativa che mal si attaglia ad un settore nel quale si tratta di drammi umani, di libertà personale e di interessi economici che valgono una vita e le vite dei cittadini.

Il giudice penale che, da solo, deve decidere se condannare o meno al carcere a vita una persona; il giudice civile che, da solo, con il suo provvedimento di vendita di un'azienda pignorata che vale molti milioni di euro, così incidendo sul futuro di centinaia di lavoratori; il giudice minorile che deve decidere sull'adozione di un bambino, in tal modo segnando il suo destino e quello dei genitori, questi magistrati per adottare la decisione giusta devono essere messi nelle condizioni di poterlo fare avendo la possibilità di studiarsi attentamente le carte.

Questo chiediamo,  essere messi nelle condizioni di lavorare avendo il tempo necessario per trattare con scrupolo e attenzione le delicate e complesse vicende di cui ci occupiamo, senza tralasciare nulla, nell'interesse superiore dei cittadini.

E i numeri eccessivi e i mille ostacoli processuali che ci separano dalla decisione di certo non aiutano.

Questi sono solo alcuni tra i tanti temi su cui, nel mutato assetto politico/istituzionale, dovremo confrontarci nei prossimi mesi e l'ANM dovrà essere presente con un ruolo critico e vigile, ma propositivo, costruttivo e dotato di organicità.

Ed in questo contesto l'ANM, quale associazione che rappresenta la quasi totalità dei magistrati (giudicanti e requirenti, civili e penali, di merito e di legittimità),  è pronta in ogni momento a fare proprie e portare avanti presso gli interlocutori istituzionali ogni ragionevole proposta di interventi migliorativi che provengano dai propri associati, a maggior ragione se provengono da autorevoli associati.

Per raggiungere gli obiettivi che, per molti aspetti riteniamo comuni a tutte le componenti del mondo giudiziario, proseguiremo nel dialogo con l'avvocatura, perché siamo convinti che una azione comune con il foro, pur nella fisiologica diversità di vedute, sia imprescindibile.

 

La sicurezza negli Uffici Giudiziari 

Un altro tema da trattare con urgenza è quello della sicurezza degli Uffici giudiziari.

I recenti e purtroppo ripetuti episodi di aggressione, che in alcuni casi hanno portato a conseguenze letali, richiedono di intervenire con imponenti misure e risorse.

Sotto questo profilo ringraziamo i colleghi dell'Ufficio Sindacale che hanno elaborato una piattaforma che potrà costituire la base delle nostre proposte sia sotto il profilo della sicurezza in senso stretto sia sotto il profilo del benessere organizzativo, anche attraverso interventi nel settore dell'edilizia giudiziaria e in quello dell'informatica.

Nei Tribunali, ormai insicuri, ogni giorno è a rischio l'incolumità di tutti gli operatori (magistrati, avvocati, personale amministrativo e così via) ma anche dei privati cittadini che vi accedono. Ci vengono alla mente i tragici eventi del palazzo di giustizia di Milano del 9 aprile 2015. Così come le successive aggressioni subite durante le udienze da 3 magistrati, di Palermo, Bari  e da ultimo di Perugia, che sarebbero potute costare la vita ai nostri colleghi; episodi che dimostrano come il problema abbia assunto contorni drammatici per cui appare urgente e indifferibile trattarlo seriamente.

E' paradossale come il luogo in cui i diritti vengono tutelati sia diventato un luogo insicuro e pericoloso per la vita e l'incolumità di chi vi opera.

 

Le elezioni per il rinnovo del Consiglio Superiore della Magistratura e il rapporto con l'organo di autogoverno 

All'inizio ho fatto cenno alla complessità di questo anno.

E' innegabile che un'altra ragione di questa complessità è rappresentata dalle elezioni per il rinnovo del Consiglio Superiore della Magistratura che si svolgeranno, con ogni probabilità e direi auspicabilmente, nel prossimo mese di luglio.

Personalmente, e credo di interpretare il comune sentire della Giunta Esecutiva Centrale che oggi si insedia, mi impegnerò affinchè l'ANM non sia trascinata in sterili e dannose beghe elettoralistiche e che l'azione dell'ANM non sia strumentalizzata per fini di parte.

A tutti i gruppi associativi chiediamo di condurre la campagna elettorale nell'alveo di un confronto e di un dibattito naturalmente e fisiologicamente aspri, ma senza utilizzare l'associazione che non è di parte, la casa di tutti, per attacchi incrociati che non fanno altro che delegittimare l'intero ordine giudiziario.

Voglio dirlo con estrema chiarezza, e questo valga per la campagna elettorale, per questo ultimo scorcio di attività dell'attuale CSM e per la prossima consiliatura: l'azione dell'ANM non si riduce ad un'azione di controllo sul CSM. E' una visione troppo riduttiva, non fa onore alla nostra storia e non rispetta gli scopi del nostro Statuto.

L'ANM deve rapportarsi e interloquire con l'attuale e con il prossimo Consiglio Superiore, vigilare con attenzione sulla sua attività, pretendere l'adozione di scelte intellegibili, esigere la massima  trasparenza, proporre soluzioni finalizzate alla semplificazione delle procedure, evidenziare tutto ciò che non va o che può essere migliorato, ma il tutto con proposte concrete, puntuali e basate su dati oggettivi.

Anche su questo tema, dunque, limitarsi a dire con slogan generici e ad effetto che gli inquilini dell'altra casa sbagliano tutto, senza dire perché e cosa fare per ridurre quegli errori è controproducente, autoreferenziale e non migliora le cose.

E soprattutto altera strumentalmente il clima.

Se poi ci si chiede se vi siano delle cose che non vanno, se occorre intervenire su alcuni settori, rispondiamo con convinzione che ci sono diverse cose su cui intervenire e da migliorare.

Sicuramente occorre intervenire sul Testo Unico sulla Dirigenza Giudiziaria del 2015, al quale dopo circa un triennio di rodaggio, andrà fatto un naturale e prevedibile tagliando.

Ed allora vanno riviste, ad esempio, quelle norme che esaltano la corsa alla medaglietta, ai quei titoli giustamente ma forse fin troppo valorizzati.

Se è innegabile che questi indicatori specifici rappresentino dei dati oggettivi di valutazione, è altrettanto vero che una loro estrema rilevanza rischia di frustrare il merito e l'esercizio stricto sensu delle funzioni giurisdizionali.

Una riflessione seria, inoltre, va fatta con riferimento alla valutazione comparativa tra aspiranti ad incarichi direttivi e semidirettivi in relazione a magistrati che provengono da incarichi fuori ruolo.

Pur convinti del prezioso apporto che i magistrati possono dare negli incarichi di Alta Amministrazione fuori dall'esercizio della giurisdizione, ritengo che proprio l'esercizio della giurisdizione, proprio l'esperienza di chi ha vissuto negli Uffici giudiziari debba rappresentare un quid pluris al momento della scelta del candidato più idoneo a dirigere un Tribunale o una Procura.

E più in generale sarebbe opportuno rivedere la disciplina del rientro dei magistrati fuori ruolo (su cui peraltro l'ANM, per alcuni aspetti, è intervenuta nei mesi scorsi), attraverso l'introduzione di norme precise e soprattutto predeterminate tali che sia chiaro, fin dal collocamento fuori ruolo, cosa si potrà fare e cosa non si potrà fare al momento del rientro in ruolo. E ciò non tanto per favorire o per recare pregiudizio a taluno, al contrario, a tutela di tutti, anche degli stessi interessati, per evitare ogni possibile conseguenza in termini di legittimità delle scelte o anche solo di opportunità delle stesse.

Così come andrebbe ripensato e modificato l'attuale sistema delle valutazioni di professionalità.

La ratio dell'istituto era quella di un periodico monitoraggio dell'attività di ogni singolo magistrato, finalizzato non tanto ad accertare chi in un ufficio è più bravo e meritevole, attraverso una sorta di maxicomparazione dei profili professionali, ma a segnalare le criticità del singolo, al quale prescrivere una sorta di pausa nella progressione professionale per consentirgli di superare le difficoltà, fino a rimuoverlo dall'ordine giudiziario nei casi più gravi e non reversibili.

Potremmo dire che il sistema delle valutazioni, per come si è trasformato, per molti aspetti si giustappone a quello sulla dirigenza giudiziaria, attraverso una rincorsa al parere che non rientra nello spirito della legge.

La valutazione di professionalità non serve e non deve servire a stabilire chi è più bravo a fare il magistrato, in una sorta di virtuale classifica, ma a segnalare chi in un certo periodo storico va seguito perché presenta dei profili di non completa adeguatezza.

La valutazione di professionalità non è e non deve essere un premio o una punizione per i magistrati, ma un presidio a garanzia dei cittadini.

Per non parlare della farraginosa procedura propedeutica ad attivare il percorso di valutazione, fatto di giornate intere dedicate a reperire nei sotterranei dei Tribunali vecchi verbali dalla incerta valenza  o atti con tanto di timbro di depositato, che sa tanto di sfiducia nel potere di autoattestazione del magistrato.

Giornate intere sottratte alla svolgimento delle indagini e alla redazione delle sentenze.

Vanno poi evidenziate le difficoltà che incontrano i consigli giudiziari nel cercare di  rinvenire quei profili di equiparazione tra una richiesta di misure cautelari, una sentenza o un decreto di sequestro e quella attività svolta dal collega in missione all'estero, di cui ci racconta tutto, nel rapporto informativo, un ufficiale di un esercito straniero.

Con la conseguenza che il giudice civile che ha scritto 400 sentenze in un anno (dunque necessariamente qualcuna anche il giorno di Natale e quello di Ferragosto) ha i riflettori puntati per qualche ritardo, rischiando così la valutazione positiva e anche il procedimento disciplinare, mentre il pari concorso in missione sta già pensando al quadriennio successivo.

Ecco, questi sono alcuni degli aspetti del funzionamento dell'autogoverno che non vanno e che dovrebbero essere cambiati; siamo pronti a contribuire alla elaborazione di proposte di modifica serie e puntuali, che, valorizzando i profili professionali, mettano tutti i magistrati sullo stesso piano, sia gli aspiranti dirigenti, sia i rientranti dal fuori ruolo, sia i magistrati che ogni quattro anni devono essere valutati.

 

Il sistema disciplinare 

Un necessario richiamo va fatto al disciplinare.

Abbiamo accolto con favore il nuovo approccio al sistema disciplinare adottato dalla Procura Generale della Cassazione e soprattutto dalla Sezione Disciplinare del CSM, un approccio che sta tenendo conto del difficile contesto nel quale gli Uffici Giudiziari e i singoli magistrati sono costretti ad operare. L'auspicio è quello che si tratti di una tendenza e di un sistema valutativo che possano sempre più consolidarsi.

Al contrario, saremo i primi a pretendere il massimo rigore nei confronti di quei magistrati che commettono reati, che con le loro condotte offuscano l'immagine dell'intera magistratura.

 

Le nuove generazioni di magistrati

Un addebito che l'Associazione Nazionale Magistrati credo possa ammettere è la non adeguata attenzione alle giovani generazioni di magistrati, ai propri iscritti più giovani.

Nel mutato quadro ordinamentale introdotto con la L. 111/2007 e proseguito con i successivi ritocchi normativi, oltre che con la radicale riforma dell'offerta formativa, non possiamo prescindere dal prendere in considerazione le istanze, le esigenze, i bisogni e le difficoltà con cui, fin dall'ingresso in magistratura, devono confrontarsi i nostri colleghi più giovani.

Si tratta della spina dorsale della attuale magistratura, se solo pensiamo che negli ultimi 9 anni sono stati immessi nell'ordine giudiziario oltre 2.000 magistrati, molti dei quali in servizio nei territori e nelle realtà socio-giudiziarie più difficili del Paese, nelle quali, purtroppo, si assiste ad un continuo turn over.

Occorre recuperare il ruolo di rappresentatività dell'ANM presso le giovani generazioni, ascoltando la loro voce, valorizzandone i contenuti, le proposte e i valori di cui sono portatori.

Coinvolgendoli e rendendoli protagonisti della vita associativa con le modalità e le possibili iniziative che tutti insieme dovremmo iniziare ad elaborare.

 

La procedura per l'ingresso in magistratura

Negli ultimi mesi è venuto alla ribalta delle cronache il tema relativo alla formazione propedeutica a sostenere le prove per l'ingresso in magistratura.

Tutti sono stati concordi, compresa l'ANM, nel ritenere che occorra una diversa regolamentazione dell'organizzazione dei corsi privati che preparano al concorso, ciò per evitare le possibili distorsioni che una sistema senza regole chiare può portare con sé.

La questione, però, è più ampia e riguarda i requisiti di legittimazione per l'accesso in magistratura.

Diciamolo con chiarezza: la trasformazione del nostro concorso in un concorso di secondo grado si è rivelata sbagliata e ciò per diverse ragioni.

Perché il sistema delle Scuole di Specializzazioni per le Professioni Legali ha messo in campo un'offerta formativa non adeguata e, di conseguenza, scarsamente funzionale a poter sostenere le dure prove d'esame.

Ma ci sono altri risvolti negativi altrettanto e probabilmente più importanti. L'acquisizione dei titoli di legittimazione avviene a distanza di alcuni anni dalla laurea, per cui i tempi per sostenere del prove del concorso e per assumere le funzioni giudiziarie si dilatano grandemente.

Si arriva, dunque, all'obiettivo ad un'età che spesso supera di gran lunga i 30 anni (mentre nel passato a 30 anni si era già maturata una buona esperienza), dopo aver fatto vari percorsi, così rischiando di consentire l'accesso in magistratura solo a chi proviene da famiglie agiate che possono permettersi di mantenere i figli agli studi per molti anni dopo la laurea.

E un concorso in magistratura il cui accesso si dovesse basare, anche solo eventualmente, sulle possibilità economiche non lo vogliamo.

Devono accedere in magistratura i migliori giovani laureati, i quali devono poter sostenere il concorso subito dopo la laurea e formarsi alla cultura della giuridizione, fin da subito, dentro la giurisdizione, con una formazione permanente successiva all'ingresso affidata alla Scuola Superiore della Magistratura, in necessaria sinergia con il Consiglio Superiore della Magistratura.

Nel passato magistrati giovanissimi hanno combattuto la criminalità organizzata, rappresentando per anni un pilastro per gli uffici giudiziari specie nelle terre più difficili, dove in genere vengono destinati i magistrati di prima nomina.

Il concorso in magistratura deve tornare ad essere un concorso di primo grado.

Vogliamo che nelle sedi di prima assegnazione tornino a prestare la loro attività quei giovanissimi magistrati che tanto hanno dato al nostro Paese.

E per il raggiungimento di questo obiettivo l'ANM deve essere in prima linea, impegnandosi con determinazione e senza tentennamenti, facendosi promotrice di una globale proposta di modifica che deve necessariamente coinvolgere i Ministri della Giustizia e dell'Istruzione, il CSM, la Scuola Superiore della Magistratura, senza dimenticarci dell'apporto imprescindibile che dovremo chiedere all'Università.

        

Il rapporto con la stampa

Altro tema delicato è quello del rapporto della magistratura con i mezzi di informazione.

Da sempre l'ANM ha sostenuto, e continuiamo a ribadirlo con forza, che siamo contrari a quella inaccettabile spettacolizzazione della giustizia che danneggia tutti.

I processi si celebrano nelle aule di giustizia e non sui giornali o nelle televisioni.

I cittadini devono essere informati, ma i magistrati devono poter svolgere serenamente il proprio lavoro e i soggetti coinvolti devono pretendere di essere giudicati nelle sedi a ciò deputate.

Ma oltre all'aspetto del come trattare i casi giudiziari c'è quello fondamentale del cosa pubblicare o trasmettere.

Molto spesso, soprattutto quando i procedimenti penali hanno riguardato certi settori della società, il risvolto mediatico delle indagini (soprattutto quelle in cui sono contenute le intercettazioni) ha determinato non poche polemiche, alimentando lo scontro.

Non vi è dubbio che i cittadini abbiano il diritto di conoscere i fatti di interesse pubblico e che i giornalisti devono poter espletare il loro legittimo, fondamentale e imprescindibile compito di informare.

Ma tutti insieme dobbiamo responsabilmente circoscrivere l'ambito di quello che va comunicato e di quello che, di conseguenza, può e deve essere pubblicato.

Il processo penale è una cosa seria perché coinvolge la libertà delle persone, la loro reputazione, le loro sofferenze e i loro drammi.

Mi piace immaginare un rapporto tra la magistratura e la stampa che avvenga alla luce del sole, ma fatto di regole precise, valide per tutti e per ogni circostanza.

Un rapporto fisiologico e non portatore di sospetti o di pericolose strumentalizzazioni.

Noi e i giornalisti abbiamo le competenze tecniche e la struttura deontologica per stabilire il perimetro di azione, per fissare dei paletti entro i quali muoverci, per stabilire ciò che deve essere portato a conoscenza dei cittadini e ciò che, al contrario, non è di interesse pubblico e, per questo, non deve essere pubblicato.

Ciò per garantire il giusto contemperamento tra il diritto all'informazione e la dignità delle persone coinvolte.

Sarebbe quanto mai utile attivare un comune percorso di formazione permanente, in tutto il territorio nazionale, fatto di seminari e di incontri tra l'ANM, anche nelle sue varie articolazioni territoriali, e la stampa ai diversi livelli.

Un percorso di crescita e di maturità che riduca sempre di più, fino ad eliminarli, il sospetto, le possibili corsie preferenziali e le strumentalizzazioni.

 

Conclusioni

Sono questi solo alcuni dei temi su cui impegnarsi.

Su questi e su molti molti avremo modo di confrontarci, tutti insieme, nei prossimi mesi.

Oggi raccogliamo il vostro testimone, un testimone imponente e impegnativo.

Vi siamo grati per quello che avete saputo fare in questo anno e daremo il massimo per continuare il percorso avviato in questi anni.

La squadra oggi formata e che insieme a me farà questo percorso ha tutti i requisiti per lavorare al meglio in quel complesso contesto di cui parlavo all'inizio.

Saremo pronti all'ascolto e rappresenteremo tutti, porteremo avanti la nostra azione con senso istituzionale e determinazione, e soprattutto con tutto l'impegno e la passione di cui siamo capaci.

Ma per fare questo abbiamo bisogno del sostegno di tutti voi che, sono sicuro, non ci mancherà.

 

Grazie

 

Roma, 24 marzo 2018