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A proposito della vicenda del piccolo Alfie

Da https://azionecattolica.it -  La vicenda del piccolo Alfie Evans ha scosso le coscienze di moltissimi italiani. Mentre accompagniamo con i nostri pensieri Alfie ed i genitori, mi sembra che si agiti sullo sfondo il tema del diritto e dei diritti rispetto alla vita.

Alcuni filosofi hanno denunciato il rischio del suicidio del diritto, di una paralisi del sistema giuridico, a causa dell'infinità di norme che rischiano di processualizzare ogni attimo di vita. La legge si insinua nelle pieghe più intime della vita dell'uomo, si pone come normatrice di ogni vicenda dell'esistenza. Altrettanto deve fare il giudice, che alla domanda del cittadino che non trova una soluzione nella vita, non può rispondere con il non liquet, non decidendo, e dunque a fronte di una legge, a volte inesistente o in ritardo con l'evoluzione sociale, offre una risposta in supplenza del legislatore, accrescendo il rischio di errore.

La profondità dell'intervento legislativo e giudiziario, che sembra mettere a rischio il "dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" invadendo gli ambiti della coscienza, nasce da un arretramento. Infatti, l'altra faccia della medaglia attiene a chi la vita la vive, il cittadino, il medico, l'avvocato, lo stesso giudice. Lo spazio del legislatore si allarga in misura inversamente proporzionale alla capacità di governare le vicende umane con buon senso, in auto-nomia, cioè ricorrendo ad una legge non data da altri, ma che sia di tutti e di ciascuno, perché naturalmente ricevuta, ricercata e condivisa.

Siamo passati, come qualcuno ha scritto, da una doppia dimensione normativa (peccato/delitto, morale/legge) ad una dimensione unica, nella quale la morale sembra non avere più un suo spazio, non è in grado di saper gestire le relazioni, risulta un arnese del passato non più attuale, che appare non abitare più l'agire umano.

Non credo sia del tutto così, ci sono tante altre vicende analoghe a quelle del piccolo Alfie, dove pur nel dolore non c'è stata necessità di invocare una norma o di andare davanti ad un giudice. Questa vicenda palesa l'incapacità di trovare soluzioni, di ricercare la strada, caso per caso, perché in tema di vita e morte ogni caso è a sè, e merita un confronto che non sia muscolare, ma sia un percorso condiviso, di reciproco scambio, di consapevolezza progressiva, di relazione professionale e umana fra medici, paziente e parenti.

Rinunciare a tutto questo significa arrivare all'assurdo del giudice, quindi lo Stato, che esautora i genitori dal loro diritto/dovere di custodia e cura, ritenendolo in conflitto con l'interesse del minore di evitare la sofferenza e giungere quanto prima alla morte.

L'antico conflitto fra Antigone e Creonte continuerà a ripetersi: ma alla soluzione propria di alcuni ordinamenti contemporanei, a cominciare dalla nostra Costituzione, di mettere al centro la persona e la sua dignità, in questo caso quella del genitore come quella del figlio, dobbiamo credere davvero, per un rinnovato umanesimo giuridico. Occorre che le libertà riconosciute vadano di pari passo con le responsabilità attribuite, da declinarsi senza paura (medicina difensiva, amministrazione difensiva, magistratura difensiva, ecc). Occorre non rifugiarsi in fredde determinazioni che servano a scaricarsi delle responsabilità, bensì sapersi prendere cura, con la pazienza che gli affetti richiedono, con la passione e l'intelligenza che la professione impone, con la sapienza che viene sollecitata dal confronto e dal riconoscimento delle dignità in gioco.

Recuperare una reale capacità di dialogo anche in politica, riscoprire i luoghi della mediazione fra cittadini e istituzioni, sapere che le verità non sono assolute ma vanno ricercate insieme, specie quando i temi riguardano la vita e la morte e che tutto non può giocarsi solo come in una partita di calcio o in un talk show, sul chi vince e chi perde, sul chi urla o chi appare di più, sui consensi telematici fondati su paure indotte e su fake news, sulla strategia per vincere dimenticando i valori e le persone della cui vita si decide. Anche questo è un compito che ci attende.

Non vedo altra strada, anche per la civilissima Europa, che finché si limiterà a declinare diritti formali, ad ampliare il ventaglio dei diritti-desideri in una logica individualistica, a guardare alla sofferenza ed alle diversità, a cominciare da quelle etniche, come a problemi da rimuovere, senza puntare sul dovere di solidarietà e su una dimensione comunitaria e sociale, nonché sull'umanità del diritto e nei diritti, non riacquisterà una seria credibilità verso i cittadini europei.

Francesco CananziMagistrato componente del Consiglio Superiore della Magistratura