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"La tutela penale degli interessi pubblici coinvolti nel settore delle fonti energetiche rinnovabili"

 Approfondimento

   Lo sfruttamento del territorio in funzione dell'implementazione della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili pone il problema del rapporto, spesso conflittuale, tra gli "interessi energetici" e gli interessi pubblici meritevoli di tutela e di rilievo costituzionale, quali il paesaggio ed il corretto assetto del territorio, nonché la promozione e lo sviluppo dell'agricoltura.

   Si tratta di un rapporto particolarmente problematico che la legislazione europea e quella italiana, facendo leva sull'impulso al sempre maggiore ricorso alle energie rinnovabili imposto a partire dal Protocollo di Kyoto, orientano in favore degli interessi energetici attraverso la previsione di procedure contratte e semplificate per il rilascio dei prescritti titoli abilitativi.

   Gli interessi pubblici coinvolti nel settore delle fonti energetiche rinnovabili ricevono una duplice tutela: penale - attraverso l'applicazione della fattispecie incriminatrice di cui all'art. 44 DPR 380/01 - ed amministrativa, mediante l'applicazione delle sanzioni stabilite nell'art. 44 D.Leg.vo 28/11.

    Perché la coesistenza tra le due tipologie di illecito - penale ed amministrativo - sia compatibile con la ratio sottostante l'intero impianto normativo in materia di "sviluppo sostenibile", è tuttavia  necessario che esse siano ricondotte ad un differente ambito di operatività ed interagiscano in maniera complementare con l'obiettivo di consentire un ragionevole e proporzionato presidio di tutela di tutti i beni-interessi coinvolti.

 

1. Le energie rinnovabili: il quadro normativo di riferimento, internazionale ed europeo.

   La definizione di "energia da fonti rinnovabili" è contenuta nell'art. 1, 1° co., lett. a), del Decreto Legislativo 3 marzo 2011 n. 28 ("Attuazione della direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, recante modifica e successiva abrogazione delle direttive 2001/77/CE e 2003/30/CE"): si tratta della "energia proveniente da fonti rinnovabili non fossili, vale a dire energia eolica, solare, aerotermica, geotermica, idrotermica e oceanica, idraulica, biomassa, gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas".

   L'implementazione delle energie da fonti rinnovabili è indispensabile per dare attuazione al principio dello "sviluppo sostenibile" sancito a partire dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 1992 (UNFCCC) e dal suo Protocollo attuativo firmato a Kyoto nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005; tale Protocollo, come è noto, ha introdotto valori massimi vincolanti per le emissioni dei gas ad effetto serra che ogni paese firmatario deve raggiungere.

   Al fine di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra, la Convenzione ed il Protocollo prescrivono l'aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili che non comporta l'emissione di gas nocivi per l'atmosfera e la contestuale riduzione dello sfruttamento di fonti energetiche tradizionali.

   A livello europeo, l'Unione ha aderito al Protocollo di Kyoto con la Decisione 2002/258/CE del 25 aprile 2002, annoverando lo "sviluppo sostenibile" tra gli obiettivi da conseguire (cfr. art. 11 T.F.U.E.) anche attraverso una politica di "promozione e  sviluppo delle energie rinnovabili" (art. 194 T.F.U.E.).

   La legislazione europea in materia di energie rinnovabili si fonda sullo strumento giuridico delle direttive: l'Unione introduce obblighi di risultato ma lascia agli Stati membri la scelta dei mezzi per perseguirli.   

   La prima Direttiva dedicata alle energie rinnovabili è la 2001/77/CE ("Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sulla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità"), la cui finalità era "promuovere un maggior contributo delle fonti energetiche rinnovabili alla produzione di elettricità nel relativo mercato interno".

   La Direttiva, tra l'altro, richiedeva agli Stati membri (art. 6) di intervenire con norme interne finalizzate a:

- "ridurre gli ostacoli normativi e di altro tipo all'aumento della produzione di elettricità da fonti energetiche rinnovabili;

- razionalizzare e accelerare le procedure all'opportuno livello amministrativo;

- garantire che le norme siano oggettive, trasparenti e non discriminatorie e tengano pienamente conto delle particolarità delle varie tecnologie per le fonti energetiche rinnovabili".

   A tale Direttiva il Legislatore italiano ha dato attuazione con il Decreto Legislativo 387/2003.

   Con la Direttiva 2009/28/CE, che ha abrogato la Dir. 2001/77/CE, sono stati determinati obiettivi vincolanti per tutti gli stati membri al fine di incentivare il ricorso alle fonti di energia rinnovabile.

   Per quanto in questa sede interessa, l'art. 13 della Direttiva in questione ha prescritto agli Stati membri di "assicurare che le norme nazionali in materia di procedure di autorizzazione, certificazione e concessione di licenze applicabili agli impianti e alle connesse infrastrutture della rete di trasmissione e distribuzione per la produzione di elettricità, di calore o di freddo a partire da fonti energetiche rinnovabili e al processo di trasformazione della biomassa in biocarburanti o altri prodotti energetici siano proporzionate e necessarie".A tal fine si richiede, tra l'altro, che"le norme in materia di autorizzazione, certificazione e concessione di licenze siano oggettive, trasparenti, proporzionate, non contengano discriminazioni tra partecipanti e tengano pienamente conto delle specificità di ogni singola tecnologia per le energie rinnovabili".

   In attuazione di tale Direttiva è stato emanato il Decreto Legislativo 28/2011.

   La normazione comunitaria ha, quindi, svolto una determinante funzione propulsiva per lo sviluppo delle energie rinnovabili.

   L'orientamento dell'Unione europea in materia si coglie appieno dalla lettura di alcuni passaggi dei "preamboli" dei richiamati atti di normazione comunitaria:

-   nel 2° "considerando" della Direttiva 2001/77/CE si legge: "la promozione dell'elettricità prodotta da fonti energetiche rinnovabili è un obiettivo altamente prioritario a livello della Comunità [...] per motivi di sicurezza e diversificazione dell'approvvigionamento energetico, protezione dell'ambiente e coesione economica e sociale";

-   nel 1° "considerando" della Direttiva 2009/28/CE, si legge: "il controllo del consumo di energia europeo e il maggior ricorso all'energia da fonti rinnovabili, congiuntamente ai risparmi energetici e ad un aumento dell'efficienza energetica, costituiscono parti importanti del pacchetto di misure necessarie per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e per rispettare il protocollo di Kyoto della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e gli ulteriori impegni assunti a livello comunitario e internazionale per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra oltre il 2012. Tali fattori hanno un'importante funzione anche nel promuovere la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, nel favorire lo sviluppo tecnologico e l'innovazione e nel creare posti di lavoro e sviluppo regionale, specialmente nelle zone rurali e isolate".

 

2. La legislazione italiana in materia.

   In attuazione della direttiva 2001/77/CE è stato adottato il Decreto Legislativo n. 387 del 29 dicembre 2003.

   L'art. 12 del citato D.Leg.vo, dopo aver disposto nei commi 1° e 2° che "Le opere per la realizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, nonché le opere connesse e le infrastrutture indispensabili alla costruzione e all'esercizio degli stessi impianti, autorizzate ai sensi del comma 3, sono di pubblica utilità ed indifferibili ed urgenti" (comma 1°), al comma 3° prevede che:

"La costruzione e l'esercizio degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili, gli interventi di modifica, potenziamento, rifacimento totale o parziale e riattivazione, come definiti dalla normativa vigente, nonché le opere connesse e le infrastrutture indispensabili alla costruzione e all'esercizio degli impianti stessi, sono soggetti ad una autorizzazione unica, rilasciata dalla regione o dalle province delegate, nel rispetto delle normative vigenti in materia di tutela dell'ambiente, di tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico, che costituisce, ove occorra, variante allo strumento urbanistico".

   E', poi, stabilito che l'autorizzazioneunica - "rilasciata a seguito di un procedimento unico, al quale partecipano tutte le Amministrazioni interessate, svolto nel rispetto dei principi di semplificazione e con le modalità stabilite dalla legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni e integrazioni"- costituisce "titolo a costruire ed esercire l'impianto"

   Il comma 5° dell'art. 12 in commento prevede, poi, una procedura abilitativa semplificata per l'installazione e l'esercizio di impianti da fonte rinnovabile a basso impatto ambientale; infatti, "quando la capacità di generazione sia inferiore alle soglie individuate dalla tabella A allegata al presente decreto, con riferimento alla specifica fonte, si applica la disciplina della Denuncia di Inizio Attività di cui agli articoli 22 e 23 del Testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, e successive modificazioni".

La tabella "A", allegata al D.Leg.vo 387/03 stabilisce i limiti di potenza espressi in KW per ciascuna fonte di energia rinnovabile a cui sono correlate le differenti discipline abilitative; ad esempio, per la fonte di energia solare fotovoltaica è previsto il limite di potenza di 20 KW, oltre al quale l'impianto deve essere avviato mediante autorizzazione unica ai sensi dei comma 3 e 4 e non mediante D.I.A. ai sensi degli artt. 22 e 23 D.P.R. 380/01.

   Da ultimo, il citato art. 12  consente (comma 7°) l'ubicazione degli impianti da fonte rinnovabile "anche in zone classificate agricole dai vigenti piani urbanistici. Nell'ubicazione si dovrà tenere conto delle disposizioni in materia di sostegno nel settore agricolo, con particolare riferimento alla valorizzazione delle tradizioni agroalimentari locali, alla tutela della biodiversità, così come del patrimonio culturale e del paesaggio rurale di cui alla legge 5 marzo 2001, n. 57, articoli 7 e 8, nonché del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228, articolo 14".

   In ossequio a quanto stabilito dal comma 10° dell'art. 12 D.Leg.vo 387, con Decreto del Ministero dello Sviluppo economico del 10.9.2010 sono state adottate le "Linee guida per l'autorizzazione degli impianti da fonti rinnovabili".

   Per quanto in questa sede può interessare, l'art. 15 delle "Linee Guida" stabilisce:

   "15.1. L'autorizzazione unica, conforme alla determinazione motivata di conclusione assunta all'esito dei lavori della conferenza dei servizi, sostituisce a tutti gli effetti ogni autorizzazione, nulla osta, atto di assenso comunque denominato di competenza delle amministrazioni coinvolte.

   15.2. L'autorizzazione unica costituisce titolo a costruire ed esercire l'impianto, le opere connesse e le infrastrutture indispensabili in conformità al progetto approvato e nei termini ivi previsti nonché, ove occorra, dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità o urgenza delle opere.

   15.3. Ove occorra, l'autorizzazione unica costituisce di per sé variante allo strumento urbanistico. Gli impianti possono essere ubicati in zone classificate agricole dai vigenti piani urbanistici, nel qual caso l'autorizzazione unica non dispone la variante dello strumento urbanistico. Nell'ubicazione degli impianti in tali zone, si dovrà tener conto delle disposizioni in materia di sostegno al settore agricolo, con particolare riferimento alla valorizzazione delle tradizioni agroalimentari locali, alla tutela della biodiversità, così come al patrimonio culturale e del paesaggio rurale di cui alla Legge 5 marzo 2001 n. 57, articoli 7 e 8, nonché del Decreto Legislativo 18 maggio 2001 n. 228, art. 14. Restano ferme le previsioni dei piani paesaggistici e delle prescrizioni d'uso indicate nei provvedimenti di notevole interesse pubblico ai sensi del Decreto Legislativo 22 gennaio 2004 n. 42 e.s.m.i., recante Codice dei beni culturali e del paesaggio, nei casi previsti".

  Sulla disciplina della produzione di energia da fonti rinnovabili è  successivamente intervenuto, come si è premesso, il Decreto Legislativo 3 marzo 2011 n. 28, avente ad oggetto la "Attuazione della Direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, recante modifica e successiva abrogazione delle Direttive 2001/77/CE e 2003/30/CE".

   L'art. 5 del citato D.Leg.vo ribadisce che:

"la costruzione e l'esercizio degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili, le opere connesse e le infrastrutture indispensabili alla costruzione ed all'esercizio degli impianti, nonché le modifiche sostanziali agli impianti stessi,sono soggetti all'autorizzazione unica di cui all'art. 12 del decreto legislativo 29 dicembre 2003 n. 387, come modificato dal presente articolo, secondo le modalità procedimentali e le condizioni previste dallo stesso decreto legislativo n. 387 del 2003 e dalle Linee guida adottate ai sensi del comma 10 del medesimo art. 12, nonché dalla relative disposizioni delle Regioni e delle Provincie autonome".

L'art. 6 del medesimo Decreto disciplina la "procedura abilitativa semplificata e comunicazione per gli impianti alimentati da energia rinnovabile" in relazione alla costruzione ed all'esercizio di quegli impianti alimentati da fonti rinnovabili per i quali gli artt. 11 e 12 delle richiamate Linee Guida prevedono la possibilità di ricorrere alla D.I.A.

Ne discende che il regime attuale dei titoli abilitativi per la realizzazione e l'esercizio di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è ancora strutturato secondo la bipartizione tracciata dal D.Leg.vo 387/2003, nel senso cioè della necessità dell'Autorizzazione unica regionale per gli impianti di potenza nominale superiore ad una determinata potenza, mentre per gli impianti di potenza nominale inferiore a tale soglia il D.Leg.vo 28/2011 ha introdotto ulteriori semplificazioni procedurali.

 Un significativo elemento di novità introdotto dal citato D.Leg.vo 28/2011 attiene alla specifica previsione (art. 44) di un regime sanzionatorio di tipo amministrativo in relazione all'installazione ed all'esercizio di impianti energetici da fonti rinnovabili in assenza dei prescritti titoli abilitativi,"fatte" comunque "salve le altre sanzioni previste dalla normativa vigente, nonché la potestà sanzionatoria, diversa da quella di cui al presente articolo, in capo alle Regioni, alle Province Autonome e agli enti locali"

 

3. Il difficile bilanciamento tra gli interessi pubblici coinvolti nel settore delle energie rinnovabili.

   Come si vede, la legislazione vigente, sia internazionale che interna, ha espresso un sempre crescente "favore" verso le energie rinnovabili, il cui più ampio impiego è evidentemente coincidente con l'interesse alla tutela dell'ambiente.

   In questo senso si è espressa anche la giurisprudenza della Corte di Giustizia; ad esempio, nella sentenza "PreussenElecktra AG c/ Schelswag AG"(13.3.2001, causa C-379/98), la Corte U.E. ha affermato che "l'utilizzo di fonti di energia rinnovabili nella produzione di energia elettrica……………è utile alla protezione dell'ambiente nei limiti in cui contribuisce a ridurre le emissioni di gas a effetto serra che rientrano tra le principali cause dei cambiamenti climatici che la Commissione europea e gli Stati membri si sono impegnati a contrastare….... Si deve osservare che tale politica è diretta anche alla tutela della salute e della vita delle persone e degli animali nonché alla conservazione delle specie vegetali".

   Tale "favore" verso gli "interessi energetici" non può, tuttavia, comportare il sacrificio totale di interessi ugualmente meritevoli di tutela e di rilievo costituzionale, quali il paesaggio ed il corretto assetto del territorio (cfr. art. 9 Cost.), nonché la promozione e sviluppo dell'agricoltura (art. 44 Cost.), tutti suscettibili di essere posti in pericolo dalla realizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili; vero è che la normativa statale del settore innanzi richiamata consente l'istallazione di impianti di generazione di energia da fonti rinnovabili anche in zone agricole, ma è altrettanto indubbio che tali impianti "per definizione sostenibili, possono esserlo assai meno sotto il profilo della loro incidenza su altre risorse limitate, quali "lo spazio" territoriale e paesaggistico"; ad esempio, si è fatto rilevare che gli impianti ad energia solare occupano, con le loro migliaia di pannelli, ampie porzioni di territorio che in tal modo verrebbe sottratto alla coltivazione, sicché assicurare la sostenibilità di questi impianti significa, in concreto, contenere allo stretto necessario lo spazio fisico da essi occupato; per questa ragione la richiamata normativa statale impone - nei termini richiamati - la necessaria preservazione della utilizzazione agricola del territorio; ove ciò non accada, l'intervento risulterà non conforme allo strumento urbanistico.

   Vi è, pertanto, la necessità di operare un "bilanciamento" tra interessi pubblici potenzialmente confliggenti e non sacrificabili, su cui spesso è stata chiamata ad pronunciarsi la giurisprudenza amministrativa;  ad esempio, con la sentenza n. 65 del 12.1.2016 il Consiglio di Stato ha affermato che:

   "Ai fini del calcolo della potenza elettrica nominale per la valutazione istruttoria delle iniziative edificatorie, i limiti di capacità di generazione e di potenza sono da intendersi riferiti alla somma delle potenze nominali dei singoli impianti di produzione facenti capo al medesimo punto di connessione alla rete elettrica, appartenenti allo stesso soggetto, ovvero a soggetti che si trovino in posizione di controllante o controllato, ovvero che siano riconducibili ad unico centro di interesse. Tali presupposti, infatti, hanno l'evidente finalità di contemperare i contrapposti interessi, pubblici e privati, in gioco e di evitare che iniziative di dimensioni apparentemente limitate possano, in realtà, dar vita a progetti significativamente impattanti sul corretto assetto urbanistico del territorio e sui relativi interessi paesaggistico, ambientale, storico, etc.".

   Ed ancora, sempre a titolo esemplificativo, si richiama T.A.R. Sicilia n. 150 del 4.2.2005, secondo cui "nel possibile conflitto fra le esigenze correlate all'esercizio dell'attività imprenditoriale, finalizzata alla produzione (con modalità non inquinanti) di energia elettrica, e quelle sottese alla tutela di valori non economici (come la tutela del paesaggio), l'amministrazione deve, in particolare, ricercare non già il totale sacrificio delle une e la preservazione delle altre secondo una logica meramente inibitoria, ma... piuttosto ... una soluzione necessariamente comparativa della dialettica fra le esigenze dell'impresa e quelle afferenti a valori non economici, tutte rilevanti in sede di esercizio del potere amministrativo di autorizzazione alla realizzazione di attività imprenditoriali".

   La questione è, altresì, approdata, allo scrutinio della Corte Costituzionale; ad esempio, nella sentenza n. 224 dell'11.10.2012 si è affermato che "l'inserimento di eccezioni al principio di massima diffusione delle fonti di energia rinnovabili dovrebbe essere sorretto da adeguate e concrete ragioni di tutela paesaggistica",donde la declaratoria di illegittimità costituzionale di una legge regionalenella parte in cui aveva indicato le aree nelle quali è possibile installare impianti eolici (aree industriali, retroindustriali e limitrofe, anche se ricadenti negli ambiti di paesaggio costieri oltre la fascia dei trecento metri o in aree già compromesse dal punto di vista ambientale, da individuarsi puntualmente), escludendo in tal modo la restante parte del territorio, comprese le zone agricole.

   D'altra parte, anche in altra occasione la Consulta aveva evidenziato che, benché gli interessi relativi alla tutela del paesaggio siano "valori costituzionali primari, insuscettibili di subordinazione ad ogni altro valore costituzionalmente tutelato, ivi compresi quelli economici, tuttavia, questa "primarietà non legittima un primato assoluto in una ipotetica scala gerarchica dei valori costituzionali, ma origina la necessità che essi debbano sempre essere presi in considerazione nei concreti bilanciamenti operati dal legislatore ordinario e dalle pubbliche amministrazioni; in altri termini, la "primarietà" degli interessi che assurgono alla qualifica di "valori costituzionali" non può che implicare l'esigenza di una compiuta ed esplicita rappresentazione di tali interessi nei processi decisionali all'interno dei quali si esprime la discrezionalità delle scelte politiche o amministrative"(C. Cost. 196/2004 in materia di condono edilizio del 2003).

   Utili argomenti di riflessione sull'argomento si traggono dalla sentenza della Corte di Giustizia del 21.7.2011 (causa C-2/10 "Azienda Agro-Zootecnica Franchini s.r.l. e Eolica Altamura s.r.l. c/ Regione Puglia") in tema di aerogeneratori non finalizzati all'autoconsumo su siti rientranti in aree protette;  la Corte ha sostenuto la legittimità della normativa regionale che vieta l'istallazione di tali impianti anche in assenza di valutazione dell'impatto ambientale, purché ciò avvenga nel rispetto dei principi di "non discriminazione" e di "proporzionalità":

   "Con riferimento……………al carattere discriminatorio della misura, si deve ricordare che il divieto di discriminazione sancito dall'art. 6, n. 1, della direttiva 2001/77 non rappresenta altro che l'espressione specifica del principio generale di uguaglianza, che appartiene ai principi fondamentali del diritto dell'Unione e che vieta che situazioni analoghe siano trattate in maniera diversa o che situazioni diverse siano trattate in maniera uguale, a meno che tale trattamento non sia obiettivamente giustificato (v., in particolare, sentenze 5 ottobre 1994, causa C-280/93, Germania/Consiglio, Racc. pag. I-4973, punto 67; 3 maggio 2007, causa C-303/05, Advocaten voor de Wereld, Racc. pag. I-3633, punto 56, nonché 16 dicembre 2008, causa C-127/07, Arcelor Atlantique et Lorraine e a., Racc. pag. I-9895, punto 23. ……………). Si deve rispondere alla parte della questione posta dal giudice del rinvio riguardante l'interpretazione della direttiva 2009/28, con particolare riguardo al principio di proporzionalità che l'art. 13 di quest'ultima ha introdotto rispetto alle procedure amministrative di autorizzazione degli impianti di produzione di energia rinnovabile. Al riguardo, occorre ricordare che il principio di proporzionalità enunciato all'art. 13 della direttiva 2009/28, che appartiene ai principi generali del diritto dell'Unione, richiede che le misure adottate dagli Stati membri in tale ambito non superino i limiti di ciò che è appropriato e necessario per il conseguimento degli scopi legittimamente perseguiti dalla normativa di cui trattasi, fermo restando che, qualora sia possibile una scelta tra più misure appropriate, si deve ricorrere alla misura meno restrittiva e che gli inconvenienti causati non devono essere sproporzionati rispetto agli scopi perseguiti (v., in particolare, sentenze 13 novembre 1990, causa C-331/88, Fedesa e a., Racc. pag. I-4023, punto 13, nonché 5 ottobre 1994, cause riunite C-133/93, C-300/93 e C-362/93, Crispoltoni e a., Racc. pag. I-4863, punto 41)".

   Da queste premesse si è fatta discendere la conclusione secondo cui la valutazione comparativa compiuta dall'amministrazione chiamata a rilasciare i titoli abilitativi per l'installazione e l'esercizio di impianti di generazione da fonti rinnovabili  potrà comportare il privilegio per l'uno o l'altro interesse in giuoco; è necessario, tuttavia, che ciò avvenga a seguito di una motivata ponderazione alla stregua di criteri di ragionevolezza e proporzionalità.    

 

4. La qualificazione giuridica delle condotte inosservanti della normativa in materia di energie rinnovabili.

   La possibile contrapposizione tra interessi confliggenti ma ugualmente suscettibili di tutela, anche in sede penale, si riflette sul tema della qualificazione giuridica delle condotte poste in essere in violazione della richiamata normativa in tema di installazione ed esercizio di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili.

   L'art. 44 del D.Leg.vo 28/2011 sanziona come illeciti amministrativi la costruzione e l'esercizio delle opere ed impianti in assenza dell'autorizzazione unica ovvero in assenza della procedura abilitativa semplificata o in difformità da quanto nella stessa dichiarato; l'entità delle sanzioni pecuniarie è calibrata in rapporto alla gravità e rilevanza della violazione riscontrata valutate in rapporto alla potenza nominale espressa.

   Il comma 4° della norma citata, come si è anticipato, stabilisce che "Sono fatte salve le altre sanzioni previste dalla normativa vigente per le fattispecie di cui ai commi 1, 2 e 3".

   Con orientamento ampiamente consolidato, la giurisprudenza di merito e quella di legittimità affermano che la realizzazione e l'esercizio di impianti di generazione da fonti rinnovabili in assenza dell'autorizzazione unica regionale, quando richiesta, integra il reato di cui all'art. 44 lett. b)  D.P.R. n. 380 del 2001, Testo unico dell'edilizia (cfr., per tutte, Cass. 40461/14); laddove per le dimensioni dell'impianto, in relazione alla residua superficie del territorio, non risulti salvaguardata la sua utilizzazione agricola e si determini lo stravolgimento dell'assetto ad esso attribuito dagli strumenti urbanistici, può essere integrato anche il reato di lottizzazione abusiva (Cass. 15988/13).

   Si evidenzia, al riguardo, che la differenza fra gli impianti minori, realizzabili mediante la presentazione di D.i.a. conforme agli strumenti urbanistici e quelli che esprimono una maggiore potenza nominale, che richiedono la più complessa procedura autorizzatoria prevista dall'art. 12 del D.Leg.vo. 387 del 2003, risiede nella diversa incidenza degli interventi sul bene paesaggio e ambiente. La natura del bene tutelato - "che la legge individua nell'interesse dell'autorità competente alla permanente vigilanza non solo sulla realizzazione ma anche sull'esercizio degli impianti" (così Cass. 2985/15)-e le caratteristiche della procedura di autorizzazione rendono evidente come la compromissione del paesaggio e dell'ambiente non si esaurisca con la sola edificazione dell'impianto e danno conto delle ragioni per cui l'art. 12, citato, affermi al comma 4 che l'autorizzazione costituisce "titolo a costruire ed esercire l'impianto in conformità al progetto".

   Nel contesto appena descritto si inserisce la questione riguardante i termini e le modalità di coesistenza tra la fattispecie incriminatrice di cui agli artt. 44 lett. b) D.Leg.vo 387/2003 e l'illecito amministrativo introdotto dall'art. 44 comma 1° D.Leg.vo 28/2011 relativamente agli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili per i quali sia richiesto il rilascio dell'Autorizzazione unica regionale.

   La "clausola di salvezza" contenuta nel già citato art. 44, comma 4°, D.Leg.vo 28/2001 consente, infatti, di inquadrare il rapporto tra le due norme (penale ed amministrativa) in termini di concorso effettivo; naturale corollario di tale premessa è che sull'argomento deve escludersi l'applicazione del principio di specialità stabilito dall'art. 9 L. 689/81 (in forza del quale troverebbe in ipotesi applicazione solo la normativa "speciale" prevista dal D.Leg.vo 28/2011), nonché dei principi stabiliti dall'art. 2 c.p. che regolano la successione tra norme rispetto ad un medesimo fatto illecito.

   Si noti, peraltro, che identici sono i soggetti destinatari delle norme sanzionatorie ("il committente, il costruttore, il direttore dei lavori" ai sensi dell'art. 29 T.U.E; "il proprietario dell'impianto, l'esecutore delle opere e il direttore dei lavori"ai sensi dell'art. 44, comma 1°, D.Leg.vo 28/2011).

   La conseguenza di tale interpretazione è, sul piano formale, la previsione di un "doppio binario sanzionatorio": l'installazione e l'esercizio di un impianto generatore di energia elettrica da fonte rinnovabile senza l'Autorizzazione unica integrano, nello stesso tempo ed a carico dei medesimi soggetti agenti, un illecito penale ed un illecito amministrativo, quest'ultimo punito in maniera estremamente severa, avuto riguardo all'entità della sanzione pecuniaria massima prevista (fino a 150.000,00 Euro a fronte del limite edittale massimo di Euro 51.645,00 previsto per l'ammenda dall'art. 44 lett. b D.P.R. 380/01) e della sanzione accessoria del "ripristino dello stato dei luoghi" (a fronte della sola "demolizione" dell'opera abusiva stabilita dall'art. 31 comma 9° T.U.E.).

   La tesi del concorso reale tra le due fattispecie è stata incidentalmente affermata dalla Suprema Corte in alcune pronunce in materia cautelare:

-   "Le sanzioni amministrative previste dal D.Lgs. 3 marzo 2011, n. 28, art. 44 ai commi 1, 2 e 3 sono applicate ai casi di costruzione e gestione degli impianti in parola "fatte salve", ai sensi del successivo comma 4, le diverse sanzioni previste dalla legge. Si tratta con ogni evidenza di previsione che non esclude la sussistenza del "fumus di reato" (Cass. 20430/13);

-   "quand'anche dovesse sostenersi l'applicabilità della sanzione penale soltanto alla realizzazione tout court dell'impianto sprovvisto del titolo mentre l'esercizio sine titulo dovrebbe sanzionarsi in via amministrativa"(id estper effetto dell'applicazione della sanzione ex art. 44, comma 4°, D.Leg.vo 28/2001; n.d.r.) "non potrebbe comunque disconoscersi che la mancata sottoposizione dell'esercizio dell'impianto al controllo della competente autorità costituirebbe ugualmente una protrazione ed un aggravamento delle conseguenze dannose del reato"(Cass. 32941/13).

  Secondo tale interpretazione, tuttavia, l'applicazionetout courtdi entrambe le norme sanzionatorie comporterebbe la paradossale conseguenza che chi realizza un qualsiasi opificio industriale e avvia un'attività produttiva in assenza di permesso di costruire sarebbe passibile di punizione solo ex all'art. 44 T.U.E, mentre chi installa un impianto di produzione di energia da fonti rinnovabili senza Autorizzazione unica risponderebbe sia della contravvenzione edilizia (il che è pienamente giustificabile rispetto all'attività di "esecuzione dei lavori" in senso stretto), sia dell'illecito amministrativo con riguardo, in particolare, alla condotta di "esercizio", rispetto alla quale la compromissione del permanente controllo pubblico troverebbe duplice tutela, penale ed amministrativa.

   Questa tutela "rafforzata", nondimeno, risulterebbe:

-   palesemente distonica rispetto al riconosciuto "favore", espresso a livello internazionale ed interno, verso la produzione di energia da fonti rinnovabili;

-   obiettivamente discriminatoria rispetto a situazioni analoghe;

-   sproporzionata rispetto alle esigenze di salvaguardia del bene-interesse al permanente controllo pubblico sull'iniziativa imprenditoriale, che - per quanto si dirà - non sempre è effettivamente messo in pericolo nella fase di gestione degli impianti.

 

5. Possibili soluzioni per definire il rapporto tra la contravvenzione di cui all'art. 44 lett. b) D.P.R. 380/01 e l'illecito amministrativo previsto dall'art. 44 D.Leg.vo 28/2011.

   Perché la coesistenza tra le due fattispecie, imposta dalla "clausola di salvezza" di cui all'art. 44, comma 4° D.Leg.vo 28/2001 sia compatibile con la ratio sottostante l'intero impianto normativo in materia di "sviluppo sostenibile", è necessario che i due illeciti siano riferiti ad un differente ambito di operatività ed interagiscano in maniera complementare con l'obiettivo di consentire un ragionevole e proporzionato presidio di tutela di tutti i beni-interessi coinvolti.

   A tal fine possono prospettarsi due possibili interpretazioni sul rapporto intercorrente tra le richiamate fattispecie.

 

5.1. In primo luogo occorre porre attenzione alla struttura dell'art. 44 D.Leg.vo 28/2011; la norma sanziona in via amministrativa tutte le condotte di abusiva installazione ed esercizio degli impianti energetici da fonte rinnovabile, prevendendo una progressione di sanzioni dall'ipotesi più grave (comma 1°, "costruzione ed esercizio delle opere ed impianti in assenza dell'autorizzazione di cui all'art. 5") a quelle meno offensive (commi 2° e 3°, "l'esecuzione degli interventi di cui all'art. 6 in assenza della procedura abilitativa semplificata o in difformità da quanto nella stessa dichiarato", nonché la "violazione di una o più prescrizioni stabilite con l'autorizzazione unica o con gli atti di assenso che accompagnano la procedura semplificata di cui all'art. 6").

   Il comma 4°, a chiusura della norma, prevede la "salvezza" delle "altre sanzioni previste dalla normativa vigente per le fattispecie di cui ai commi 1°, 2° e 3°".

   Proprio la collocazione della "clausola di salvezza" suggerisce che la volontà del legislatore è stata quella di presidiare con una sanzione amministrativa l'interesse al controllo della p.a. sulla corretta realizzazione e - soprattutto - gestione di qualsiasi tipologia di impianto.

   In tal guisa, le "altre sanzioni previste dalla normativa vigente" sarebbero quelle connesse all'eventuale offesa di altri beni/interessi, quali:

-   l'assetto del territorio in conformità alla normativa urbanistica ed agli strumenti urbanistici (con conseguente integrazione della contravvenzione di cui all'art. 44 lett. b T.U.E. in caso di assenza di Autorizzazione unica o degli illeciti amministrativi previsti dal D.P.R. 380/01 nel caso di inosservanza delle disposizioni in materia di D.I.A.);

-   il paesaggio (con conseguente integrazione della contravvenzione di cui all'art. 181 D.Leg.vo 42/2004 in caso di assenza di Autorizzazione unica);

-   la salute pubblica (nel caso di violazione del D.Leg.vo 152/06 in materia di rifiuti o altre forme di inquinamento - ad esempio nel immissioni in atmosfera oltre i limiti stabiliti nel provvedimento abilitativo - connesse alla gestione dell'impianto).

   Il concorso tra le due norme verrebbe, così, disciplinato attraverso il criterio regolatore dell'interesse giuridico leso dalla condotta di abusiva installazione e realizzazione di un impianto energetico da fonte rinnovabile (permanente controllo della p.a. tutelato con la sanzione amministrativa - tutela del territorio, del paesaggio o della salute presidiati con la sanzione penale).

   Peraltro, la giurisprudenza di legittimità sempre più spesso ha fatto riferimento nelle sue pronunce anche alla oggettività giuridica per risolvere il concorso tra norme penali e norme amministrative; si vedano, ad esempio:

-   Cass. n. 1356 del 5 dicembre 2006, Scotti (in tema di concorso tra il reato di frode in commercio di cui all'art. 515 c.p. e la disposizione di cui all'art. 2 della legge 5 giugno 1962 n. 586, in tema di divieto di immissione al consumo di miscele di risi, sanzionata amministrativamente);

-   Cass. n. 21324 del 29 marzo 2007, Giraudo (in tema di concorso tra l'illecito amministrativo di somministrazione ed assunzione di sostanze dopanti, sanzionato dagli artt. 3 e 4, L. n. 1099 del 1971, ed il reato di frode sportiva, previsto e punito dall'art. 1, L. n. 401 del 1989);

-   Cass. n. 6419 del 7 novembre 2007, Costanza (in tema di concorso tra il reato di cui all'art. 674 c.p. e la norma di cui all'art. 54, comma secondo, del D.Lgs. 11 maggio 1999, n. 152 che sanziona amministrativamente l'effettuazione di scarichi in acque reflue domestiche senza la prescritta autorizzazione);

-   Cass. n. 38801 dell'1 ottobre 2008, Tramontana (in tema di concorso tra il reato di cui all'art. 633 c.p. e l'illecito amministrativo previsto dall'art. 26, 4° comma, L. n. 513 del 1977, che sanziona l'occupazione di un alloggio di edilizia popolare senza le autorizzazioni necessarie).

   Tanto comporta, per tornare alla questione in scrutinio, che l'applicabilità della norma di cui all'art. 44 lett. b) T.U.E. sarebbe limitata alla sola fase di realizzazione dell'impianto, poiché l'offesa al bene giuridico sostanziale da essa protetto - ossia la tutela dell'assetto del territorio in conformità alla normazione urbanistica che disciplina l'attività edilizia; cfr. Cass. 11635/93 - si esaurisce con l'ultimazione delle opere; viceversa la successiva fase di esercizio abusivo (ossia una condotta tipizzata dalla disposizione sanzionatoria di cui art. 44 D.Leg.vo 28/2011) rientrerebbe esclusivamente nell'ambito di operatività dell'illecito amministrativo poiché in questa fase permane la compromissione dell'interesse alla vigilanza da parte della p.a. 

   La conseguenza di tale interpretazione è che la fattispecie contravvenzionale connessa alla violazione dell'art. 12 D.Leg.vo 387/03 ("norma precettiva") ma punita ai sensi dell'art. 44 lett. b) D.P.R. 380/01 ("norma sanzionatoria") si consuma con il completamento, in tutti i suoi elementi, dell'impianto generatore, essendo irrilevante la fase dinamica dell'esercizio che, eventualmente, soggiacerà al trattamento sanzionatorio previsto dall'art. 44 D.Leg.vo 28/2011.

   D'altra parte, non può mancarsi di rilevare che l'estensione, operata dalla giurisprudenza di legittimità, dell'ambito di operatività della fattispecie di cui all'art. 44 lett. b) D.P.R. 380/01 ad una condotta ulteriore (di"esercizio") rispetto a quella di mera abusiva "esecuzione dei lavori" tipizzata dalla norma citata presta il fianco a possibili profili di violazione in malam partem del principio di tassatività in materia penale.

 

5.2. Secondo altra possibile interpretazione, intanto può ritenersi che la volontà del legislatore sia nel senso di far rientrare la realizzazione e l'esercizio di un impianto energetico da fonti rinnovabili anche nell'art. 44 lett. b) T.U.E., in quanto si ritenga che illecito penale ed illecito amministrativo si differenzino almeno per un qualche aspetto, ossia che la fattispecie penale richieda, per la sua integrazione, la presenza almeno di un qualche elemento diverso rispetto all'illecito amministrativo; appare, cioè, necessaria la presenza di un qualche elemento ulteriore - oggettivamente verificabile - rispetto alla mera violazione formale dell'installazione e dell'esercizio sine titulo dell'impianto.

   Sull'argomento, utili spunti di riflessione si colgono dalla posizione espressa dalla Corte regolatrice in vicende assimilabili a quella in scrutinio.

   In primo luogo, chiamata a fornire una risposta sull'inquadramento giuridico dell'inquinamento comunemente definito "elettromagnetico" ed in particolare sulla collocazione del fenomeno nell'alveo della fattispecie di cui all'art. 674 c.p. pur in presenza di una norma (l'art. 15 della L. 36/2001, "legge quadro sulla protezione da esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici") che aveva introdotto una fattispecie di illecito amministrativo in caso di "esercizio o impiego di un impianto che genera campi elettromagnetici",la S.C. ha affermato che:

   "in tema di inquinamento elettromagnetico, il reato di getto pericoloso di cose è integrato non dal mero superamento, da provare in modo certo ed oggettivo, dei limiti d'esposizione o dei valori d'attenzione previsti dalle norme speciali (D.M. Ambiente 10 settembre 1998, n. 381; d.P.C.M. 8 luglio 2003), ma dalla idoneità delle onde elettromagnetiche ad offendere o molestare persone, da provarsi in modo certo ed obiettivo ed in concreto. (Conf. Sez. III, 15708, 15709, 15710, 15711, 15712, 15713, 15714, 15715, 15716 del 2009, non massimate)" (Cass. 13 maggio 2008 n. 36845, Tucci; Cass. n. 15707 del 9 gennaio 2009, Abbaneo).

   Ed ancora, sul tema del rapporto tra la fattispecie contravvenzionale di cui all'art. 659 comma 1° c.p. ("disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone") e l'illecito amministrativo introdotto dall'art. 10 L 447/1995 ("legge quadro sull'inquinamento acustico"), la S.C. ha da ultimo espresso il principio secondo cui:

   "In tema di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, l'esercizio di una attività o di un mestiere rumoroso, integra: A) l'illecito amministrativo di cui all'art. 10, comma secondo, della legge 26 ottobre 1995, n. 447, qualora si verifichi esclusivamente il mero superamento dei limiti di emissione del rumore fissati dalle disposizioni normative in materia; B) il reato di cui al comma primo dell'art. 659, c.p., qualora il mestiere o la attività vengano svolti eccedendo dalle normali modalità di esercizio, ponendo così in essere una condotta idonea a turbare la pubblica quiete; C) il reato di cui al comma secondo dell'art. 659 c.p., qualora siano violate specifiche disposizioni di legge o prescrizioni della Autorità che regolano l'esercizio del mestiere o della attività, diverse da quelle relativa ai valori limite di emissione sonore stabiliti in applicazione dei criteri di cui alla legge n. 447 del 1995.(Cass. n. 5735 del 21.1.2015, Giuffrè).

   I richiamati orientamenti risolvono il conflitto tra norme nel senso che affinché sia possibile ravvisare le fattispecie contravvenzionali si richiede non solo il superamento dei limiti fissati dall'autorità amministrativa per l'esercizio di determinate attività suscettibili di generare effetti sulla sfera personale dei consociati, ma anche la sussistenza di una prova certa ed obiettiva di una effettiva e concreta idoneità delle propagazioni (onde elettromagnetiche o rumori) a ledere o molestare i potenziali soggetti ad esse esposti.

   Tale ricostruzione, del resto, appare conforme non solo alla oggettiva ed attuale volontà del legislatore, ma anche al principio di necessaria offensività della fattispecie penale.

  Seguendo il medesimo percorso argomentativo espresso dalla S.C. nei casi appena richiamati e tenendo conto della chiara formulazione dell'art. 44 comma 4° D.Leg.vo 28/2011, l'ambito di applicazione di entrambe le fattispecie (penale ed amministrativa) potrebbe essere declinato nei termini che seguono:

   a) ricorre esclusivamente l'ipotesi di illecito amministrativo in caso di violazione formale dell'obbligo di dotarsi dell'Autorizzazione unica regionale per la installazione e gestione di un impianto energetico da fonte rinnovabile che, in ipotesi, esprima una determinata potenza energetica ma non presenti i caratteri di una "nuova costruzione" ai sensi dell'art. 10, comma 1° lett. a) D.P.R. 380/01 (si rammenti che il D.Leg.vo 287/03 richiede il previo rilascio dell'Autorizzazione unica regionale non per le caratteristiche strutturali dell'impianto ma per la potenza espressa);

   b) sussiste in via esclusiva la contravvenzione di cui all'art. 44 lett. b) D.P.R. 380/01:

   b.1. nel caso di abusiva installazione di un impianto che esprima una determinata potenza energetica e presenti i caratteri di una "nuova costruzione" che determini una "trasformazione edilizia ed urbanistica del territorio" cfr. art. 3, comma 1°, lett. e DPR. 380/01);

   b.2. nel caso in cui l'esercizio dell'impianto determini un concreto ed effettivo pregiudizio all'interesse al permanente controllo della p.a.

   In questa prospettiva, la fattispecie contravvenzionale connessa alla violazione dell'art. 12 D.Leg.vo 387/03 ma punita ai sensi dell'art. 44 lett. b) D.P.R. 380/01 assume la natura di "reato di pericolo concreto", per la cui integrazione, cioè, occorre che la condotta sia idonea alla creazione di un concreto pregiudizio per il bene giuridico protetto.

   Anche tale proposta esegesi eviterebbe la sovrapposizione integrale delle due discipline sanzionatorie (penale ed amministrativa) e risulterebbe in linea con il "favore" espresso dalla legislazione vigente - internazionale ed interna - verso le energie rinnovabili, il cui sempre più ampio impiego è comunque coincidente con l'interesse alla tutela dell'ambiente.

 

5.3. Argomenti a sostegno della interpretazione da ultimo suggerita si traggono da una lettura sistematica dell'attuale quadro normativo che regolamenta la materia della produzione energetica da fonti rinnovabili.

   L'art. 2, comma 1°, lett. a) del Decreto Legislativo 29 dicembre 2003 n. 387 (sostanzialmente riprodotto dall'art. 2 del D.Leg.vo 28/2011) fornisce la seguente classificazione delle "fonti energetiche rinnovabili":

   "le fonti energetiche rinnovabili non fossili (eolica, solare, geotermica, del moto ondoso, maremotrice, idraulica, biomasse, gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas). In particolare, per biomasse si intende: la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall'agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali) e dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani";nelle successive lett. b), c), d) ed e), la norma elenca la tipologia di impianti alimentati da tali fonti.

   Anche in ragione della diversa categoria di impianti di produzione di energia elettrica si giustifica la scelta del legislatore, in un'ottica di razionalizzazione e semplificazione delle procedure autorizzative, di stabilire che il provvedimento di autorizzazione unica sia preceduto da un'apposita Conferenza di servizi - indetta dalla Regione o dalla Provincia delegata, ovvero dal Ministero dello Sviluppo economico "per gli impianti con potenza termica pari o superiore a 300 MW" -avente ad oggetto l'approvazione del progetto presentato dal soggetto istante; alla Conferenza dei servizi partecipano tutte le amministrazioni interessate o, comunque, coinvolte nella realizzazione dell'impianto.

   Come si è premesso, in attuazione di quanto stabilito dal comma 10° dell'art. 12 D.Leg.vo 387, con Decreto del Ministero dello Sviluppo economico del 10.9.2010 sono state adottate le "Linee guida per l'autorizzazione degli impianti da fonti rinnovabili".

   Per quanto in questa sede può rilevare, l'All. 1 di tale D.M. contiene "L'elenco indicativo degli atti di assenso che confluiscono nel procedimento unico"; tra questi, oltre al "permesso di costruire di cui al D.P.R. 380/01, di competenza del Comune interessato"e "l'autorizzazione paesaggistica ai sensi dell'art. 146 D.Leg.vo 42/2004 e s.m.i." -ossia i titoli abilitativi strettamente connessi alla tutela del territorio e dei valori ambientali e paesaggistici - rientrano, tra gli altri:

-   "l'autorizzazione alle emissioni in atmosfera prevista dalla Parte quinta del D.Leg.vo 152/06, di competenza della Regione o della Provincia;

-  l'autorizzazione alla gestione dei rifiuti ai sensi della Parte quarta del D.Leg.vo 152/06;

-  la verifica di coerenza con i limiti alle emissioni sonore rilasciata dall'amministrazione competente ai sensi della Legge 447/1995 e s.m.i.;

-  l'autorizzazione agli scarichi rilasciata dall'autorità competente ai sensi del D.Leg.vo 152/2006".

   I titoli abilitativi da ultimo elencati attengono propriamente ad aspetti gestionali di alcuni impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, rispetto ai quali è sicuramente ravvisabile la necessità di un'ordinaria e permanente attività di vigilanza da parte dell'Autorità pubblica proprio in ragione delle modalità del loro funzionamento.

   A titolo esemplificativo, con riferimento agli impianti di generazione elettrica alimentati da "biomasse, gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas" (per tali impianti è richiesto il rilascio dell'autorizzazione unica in caso di potenza superiore a 200 KW), la verifica dell'osservanza dei limiti alle emissioni in atmosfera stabiliti dall'art. 271 D.Leg.vo 152/2006 - Testo Unico Ambientale - è un aspetto che sicuramente viene in rilievo nella fase della gestione dell'impianto; riguardo agli impianti eolici, invece, sorgerà la necessità del controllo della permanente coerenza con i limiti alle emissioni sonore previsti dalla L. 447/1995 in tema di inquinamento acustico.

   E' rispetto a tali categorie di impianti alimentati da fonti rinnovabili che maggiormente può verificarsi - in caso di realizzazione e messa in funzione in assenza dell'Autorizzazione unica - una reale e concreta compromissione dell'interesse alla permanente vigilanza da parte dell'autorità competente anche sull'esercizio dell'impianto stesso, tenuto conto della possibile incidenza della gestione sull'ambiente circostante (si pensi alle emissioni in atmosfera).

   Per tornare all'esempio della realizzazione di impianti a "biomassa", l'art. 2, comma 1° lett. e) del D.Leg.vo 28/2011 definisce "biomassa" la frazione biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui di origine biologica provenienti dall'agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali), dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, comprese la pesca e l'acquacoltura, gli sfalci e le potature provenienti dal verde pubblico e privato, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani";ne deriva che rispetto alla gestione di tali impianti, ove generativi di una determinata potenza, l'Autorizzazione unica regolerà sia le fasi di approvvigionamento dei rifiuti da immettere nell'impianto, sia il successivo convogliamento delle emissioni in atmosfera. 

   Viceversa, rispetto - ad esempio - agli impianti fotovoltaici rientranti nella tipologia delle "nuove costruzioni", il bene giuridico tutelato dall'art. 12, comma 3° D.Leg.vo 387/01 deve considerarsi irrimediabilmente leso per il solo fatto della realizzazione - e successiva ultimazione - delle opere in assenza dell'autorizzazione unica, ove prescritta; in questo caso, infatti, con l'allaccio alla rete si completa la filiera di immissione dell'energia elettrica di origine solare accumulata nei pannelli (produzione, trasmissione in rete e distribuzione), senza la tendenziale necessità di alcuna ulteriore attività per consentire l'esercizio ordinario dell'impianto.

Francesco Cacucci

 

Riferimenti bibliografici
(in ordine cronologico)

 

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-   L. RAMACCI: "I reati edilizi"; GIUFFRE', Milano, 2016;

-   R. GAROFOLI: "Manuale di diritto penale"; NEL DIRITTO EDITORE, Roma, 2017.