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L'incidente di esecuzione penale: casi frequenti e problematiche

1. Premessa: escutività ed irrivecobalità: gli organi dell'esecuzione penale e la competenza

Presupposto essenziale di ogni procedimento di "esecuzione penale" è un 'titolo definitivo', vale a dire 'passato in giudicato'.

La nozione di 'giudicato formale' è contenuta nell'art. 648 c.p.p. secondo il quale devono intendersi irrevocabili quelle sentenze e quei decreti penali avverso i quali non è più ammessa alcuna forma di impugnazione (salvo il caso della revisione). Da tale nozione, poi, consegue quella di 'giudicato sostanziale' che corrisponde alla definitività dell'accertamento in ordine alla responsabilità (o meno) dell'imputato contenuto nella sentenza o nel decreto. La stabilità di un provvedimento giurisdizionale definitivo è garantita dall'ordinamento attraverso il disposto di cui all'art. 649 c.p.p., laddove è previsto che un imputato prosciolto o condannato (con sentenza o decreto irrevocabile) non possa essere sottoposto ad un nuovo procedimento per lo stesso fatto (c.d.ne bis in idem).

Possono divenire irrevocabili (cd. giudicato formale) e passare, quindi, in 'cosa giudicata' (cd. giudicato sostanziale) tutte le sentenze, anche quelle pronunciate all'esito di un giudizio celebrato con le forme dei riti alternativi (giudizio abbreviato, procedimento di applicazione della pena su richiesta delle parti, giudizio direttissimo, giudizio immediato, oltre che il decreto penale non opposto); viceversa, non può mai passare in cosa giudicata la sentenza di non luogo a procedere emessa all'esito dell'udienza preliminare, poiché sempre revocabileexart. 434 c.p.p.: una siffatta pronuncia, decorso il termine per impugnare o esauriti i gradi di gravame, acquisterà esclusivamente il carattere dell'esecutorietà e della definitività (ma non del 'giudicato').

Naturalmente, il concetto di 'irrevocabilità ' non esaurisce quello di 'esecutività ' di un provvedimento, posto che il nostro ordinamento prevede che anche dei provvedimenti revocabili siano portati ad esecuzione: invero, l''esecutività' attiene all'immediata 'eseguibilità ' di un provvedimento, la quale non sempre presuppone la 'irrevocabilità ' del provvedimento stesso. Ciò si verifica, ad esempio, per provvedimenti sulla libertà personale, per le sentenze di non luogo a procedere o di proscioglimento, ovvero per i capi della decisione pronunciati sulle questioni civili. Ovviamente, l''esecutività' è un carattere imprescindibile dei provvedimenti irrevocabili, costituendone un'indefettibile e necessaria conseguenza.

Le sentenze di condanna irrevocabili ed ogni altra pronuncia assimilabile (si pensi non solo al decreto penale di condanna, ma anche, ad esempio, alle sentenze di non luogo a procedere, di non doversi procedere o di assoluzione adottate ex art. 131-bis c.p.), vanno annotate per opportuna conoscenza nel Casellario Giudiziale, la cui disciplina la si rinviene nel D.P.R. 14.11.2002, n. 313.

Fatti tali brevi cenni sui provvedimenti 'eseguibili', può ora essere introdotto il concetto di "esecuzione penale", che sta ad individuare quell'insieme di attività giurisdizionali che si rendono necessarie in un momento successivo alla formazione del 'giudicato'.

Fondamento dell'esecuzione penale, dunque, è un titolo esecutivo costituito nella gran parte dei casi da un provvedimento irrevocabile, fatte salve le ipotesi - più sopra già vagliate - di esecutività non correlate alla irrevocabilità.

L'esecuzione ha, così, ad oggetto innanzitutto la pena (pecuniaria, detentiva o sostitutiva che sia), ma anche l'eventuale misura di sicurezza contemplata nel titolo giurisdizionale da eseguire. Alla esecuzione penale sovraintendono tre organi giurisdizionali, con compiti distinti, non sovrapponibili e che di norma intervengono temporalmente in momenti successivi tra loro: il pubblico ministero, il giudice dell'esecuzione penale e la magistratura di sorveglianza.

Innanzitutto, l'organo che interviene per primo è quello del pubblico ministero, che ha il compito di vero e proprio promotore dell'esecuzione penale, avendo egli i poteri di emettere, anche d'ufficio, l'ordine di carcerazione e quello di scarcerazione (cfr. artt. 656-664 c.p.p.), poteri peraltro che non presentano alcuno spazio di discrezionalità, dovendosi in sostanza dare attuazione ad un titolo esecutivo già formatosi e - come detto - oramai irrevocabile e tendenzialmente immodificabile.

Il giudice dell'esecuzione, che si identifica nello stesso organo giudiziario che ha deliberato il provvedimento da eseguire (art. 665 c.p.p.), è chiamato ad intervenire solo eventualmente nel procedimento definito di "esecuzione penale", intervenendo unicamente per dirimere le questioni (quali quelle sulla ritualità del titolo esecutivo, ovvero quelle relative all'applicazione dell'amnistia o del condono, quelle relative alla revoca di benefici, all'esecuzione di pretese civili nel procedimento penale ed ad altre similari tutte puntualmente individuate nel codice di rito - cfr.infra) che, in relazione ai limiti posti dal titolo esecutivo, possono (eventualmente) insorgere nel corso della sua esecuzione.

Infine, una volta posta in esecuzione la condanna, è previsto l'intervento della magistratura di sorveglianza  per l'applicazione delle misure alternative alla detenzione, per l'esecuzione delle sanzioni sostitutive e per l'applicazione e l'esecuzione delle misure di sicurezza, secondo le competenze individuate dalle leggi n.354/75, n.689/81 e n.663/86.

I provvedimenti adottati dai tre menzionati organi rientrano comunque nell'ambito della giurisdizione, il che implica conseguentemente la sussistenza di un diritto di difesa in capo al condannato, garantito anche attraverso l'obbligo della notifica dei provvedimenti impugnabili al difensore, oltre che allo stesso interessato, ed assicurato in ogni caso anche mediante una difesa di ufficio (cfr. artt. 666 e 678 c.p.p.).

Per quanto attiene più specificamente al giudice dell'esecuzione (aspetto rilevante ai nostri fini), va evidenziato come lo stesso debba essere di volta in volta individuato sempre nel giudice che ha emesso il provvedimento da eseguire, ovvero che lo ha sostanzialmente modificato (anche solo mediante una diversa qualificazione giuridica del fatto - cfr. Cass. pen. n.26692/13) in grado di appello (cfr. art. 665 c.p.p.), dovendosi ricomprendere nel novero dei giudici in tal senso competenti anche il G.I.P. (giudice per le indagini preliminari - da ultimo cfr. Cass. pen. n.22868/11 e Cass. pen. n.2290/13).

Nel caso in cui vi sia stato ricorso per Cassazione e questo sia stato dichiarato inammissibile o rigettato, ovvero nel caso in cui la Corte abbia annullato senza rinvio il provvedimento impugnato, competente è il giudice di primo grado qualora il ricorso sia stato proposto contro un provvedimento inappellabile ovvero a norma dell'articolo 569 c.p.p., mentre negli altri casi la competenza spetta al giudice che ha modificato detto provvedimento, da individuarsiexart. 665, II comma, c.p.p.; se, invece, è stato pronunciato un annullamento con rinvio, la competenza in executivis spetta sempre al giudice di rinvio.

Nella differente ipotesi in cui l'esecuzione penale concerna più provvedimenti emessi da giudici diversi, competente deve ritenersi essere il giudice che ha emesso il provvedimento divenuto irrevocabile per ultimo, salvo il caso in cui i provvedimenti interessati dall'esecuzione siano stati emessi da giudici ordinari e da giudici speciali, nel qual caso competente è sempre il giudice ordinario.

Tuttavia, qualora l'esecuzione concerna più provvedimenti emessi dal tribunale in composizione monocratica e collegiale, l'esecuzione è attribuita sempre al collegio. Tale ultima 'regola', però, necessita di un'opportuna precisazione: come costantemente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità (da ultimo cfr. Cass. pen. n.49893/15), infatti, tale principio è riferito alla sola ipotesi di pluralità di provvedimenti pronunciati da uno stesso tribunale; ne consegue che, nel caso di provvedimenti emessi da giudici diversi, trova applicazione la già riferita regola generale fissata dal comma IV dell'art. 665 c.p.p., secondo cui, appunto, è competente il giudice (monocratico o collegiale) che ha pronunciato il provvedimento divenuto irrevocabile per ultimo.

Tale regola generale, naturalmente, si riferisce ai soli provvedimenti di condanna (anche eventualmente a pena non eseguibile), gli unici per i quali è prevista l'attivazione del procedimento esecutivo (in applicazione di detto principio, la Corte di Cassazione ha ritenuto che non fosse competente in sede esecutiva il giudice che per ultimo aveva emesso sentenza di proscioglimento per prescrizione del reato - cfr. Cass. pen., n.30004/13).

Infine, non va dimenticato che sebbene "...la competenza del giudice dell'esecuzione abbia carattere funzionale, assoluto e inderogabile, la relativa questione non può più essere fatta valere dopo l'avvenuta definizione del procedimento. (Nel caso di specie, si trattava di provvedimento di confisca, divenuto irrevocabile, disposto da giudice incompetente)..." (così Cass. pen. n.49378/09).

 

2-  Questioni deducibili dinanzi al giudice dell'esecuzione.

Dinanzi al giudice dell'esecuzione il procedimento di esecuzione (detto anche "incidente di esecuzione") può essere promosso sia dal P.M., che personalmente dall'interessato, oltre che dal suo difensore (cfr. art. 666, I comma, c.p.p.); generalmente, tale procedimento ha natura contenziosa, avendo ad oggetto richieste del P.M. con conseguenze maggiormente deleterie per l'interessato (si pensi ad esempio alle richieste di revoca di amnistia, di pene condonate o sospese, di altri benefici), ovvero avendo ad oggetto la contestazione dell'attività esecutiva posta in essere dal P.M..

Stando alle previsioni codicistiche, ampliate in alcuni casi dalla giurisprudenza di legittimità, sia il P.M., che l'interessato (anche per il tramite del suo difensore), possono formulare al giudice dell'esecuzione una serie di istanze tutte volte a risolvere questioni rilevanti per la esecuzione penale di un provvedimento, e segnatamente quelle dirette:

  • all'accertamento della identità fisica del detenuto (art. 667 c.p.p.);
  • alla correzione grafica delle generalità dell'imputato condannato (art. 668 c.p.p.);
  • alla risoluzione del concorso di una pluralità di sentenze, tutte esecutive, ai danni della stessa persona, ma per lo stesso fatto (talune di condanna, altre di proscioglimento, ovvero tutte dello stesso tipo ma con pene diverse o con formule pure diverse: il tutto da risolversi col criterio del favor rei: art. 669 c.p.p.);
  • all'inesistenza o alla non esecutività del titolo esecutivo (art. 670 c.p.p.);
  • alla nuova determinazione di pena in tema di concorso formale o di reato continuato non dichiarati in sede di cognizione (art. 671 c.p.p.);
  • all'applicazione dell'amnistia o dell'indulto (art. 672 c.p.p.);
  • all'applicazione di una nuova legge o di una sentenza costituzionale con abrogatio criminis  (art. 673 c.p.p.);
  • alla revoca della sospensione condizionale della pena, della non menzione della condanna, della grazia, dell'amnistia o dell'indulto (art. 674 c.p.p.);
  • alla declaratoria di falsità di documenti (art. 675 c.p.p.);
  • alla pronuncia di altri provvedimenti in ordine all'estinzione del reato o della pena dopo la condanna, alla confisca o alla restituzione delle cose sequestrate, alla proprietà delle cose confiscate, o ancora in ordine all'estinzione del reato o della pena (art. 676 c.p.p.);
  • alla persistenza, a seguito dell'abrogazione dell'art. 535, comma II, c.p.p. del vincolo di solidarietà della condanna alle spese del procedimento penale (cfr. Cass. pen., Sez. Un., n.491/11).

E' evidente, pertanto, che l'"incidente di esecuzione" non può essere utilizzato per far valere vizi afferenti il procedimento di cognizione o la sentenza che lo ha concluso, ostandovi le regole che disciplinano la cosa giudicata, la quale si forma anche nei confronti di provvedimenti affetti da nullità assoluta.

Tabella

  

3-  Il procedimento di esecuzione.

Ricevuta la richiesta, il giudice dell'esecuzione procede ad una preliminare verifica circa l'eventuale e manifesta infondatezza della stessa per difetto delle condizioni di legge, ovvero al controllo se essa costituisca mera riproposizione di altra istanza già rigettata, basata sui medesimi elementi, in entrambi i casi dichiarandola inammissibile (sempre che detta statuizione non implichi alcuna valutazione di carattere discrezionale - cfr. Cass. pen. n.40974/11) con decreto motivato, da notificarsi entro cinque giorni all'interessato ed avverso il quale può essere proposto ricorso per Cassazione (cfr. art. 666, II comma, c.p.p.).

Laddove la richiesta sia ritenuta ammissibile, il giudice dell'esecuzione, designato il difensore di ufficio all'interessato che ne sia privo, fissa la data dell'udienza in camera di consiglio e ne fa dare avviso alle parti e ai difensori. L'avviso è comunicato o notificato almeno dieci giorni prima della data predetta; l'omesso avviso, all'interessato, della fissazione della data di udienza nel procedimento di esecuzione è causa di nullità di ordine generale e di carattere assoluto (cfr.ex plurimis Cass. pen. n.39683/10). Fino a cinque giorni prima dell'udienza, poi, possono essere depositate memorie scritte in cancelleria (cfr. art. 666, III comma, c.p.p.): tale termine ha carattere perentorio, atteso che, come precisato dalla suprema corte di legittimità, il giudice dell'incidente di esecuzione non deve tener conto delle memorie e dei documenti prodotti oltre tale termine (cfr. Cass. pen. n.39777/10).

L'udienza si svolge (cfr. art. 666, IV comma, c.p.p.) con la partecipazione necessaria del difensore e del pubblico ministero; l'interessato che ne fa richiesta viene sentito personalmente (salva l'ipotesi in cui sia detenuto o internato in luogo posto fuori della circoscrizione del giudice che procede, nel qual caso lo stesso è sentito, prima del giorno dell'udienza, dal magistrato di sorveglianza del luogo e sempre che il giudice che procede ritenga di dover disporne la traduzione per l'udienza).

Nel corso del procedimento di esecuzione, il giudice ha la facoltà di richiedere alle autorità competenti tutti i documenti e le informazioni di cui abbia bisogno, potendo, se occorre, anche assumere prove, procedendo a tali attività sempre in udienza e nel rispetto del contraddittorio.

Il procedimento si svolge in camera di consiglio ed è definito con ordinanza, comunicata o notificata senza ritardo alle parti e ai difensori, i quali avverso la stessa possono proporre ricorso per Cassazione. Si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni sulle impugnazioni (art. 568 c.p.p.) e quelle sul procedimento in camera di consiglio davanti alla Corte di Cassazione (art. 611 c.p.p.). In ogni caso, il ricorso non sospende l'esecuzione dell'ordinanza, a meno che il giudice che l'ha emessa disponga diversamente.

Accanto a quello testé descritto, che rappresenta l'ordinario iter procedimentale che deve seguire ogni 'incidente di esecuzione', il legislatore ne ha previsto anche un altro, molto più semplice e spedito (art. 667, IV comma, c.p.p.), applicabile solo nelle ipotesi previste dal codice di rito (artt. 667, 672 e 676 c.p.p.) e che consente al giudice dell'esecuzione di provvedere senza formalità (vale a dire senza la fissazione di un'apposita udienza camerale e dunque senza contraddittorio), pronunciando un'ordinanza comunicata al pubblico ministero e notificata all'interessato, avverso la quale per le parti è possibile proporre opposizione (entro 15 giorni dalla comunicazione o dalla notificazione dell'ordinanza, a pena di decadenza) davanti allo stesso giudice. In tali casi, solo in presenza dell'opposizione il giudice dell'esecuzione dovrà procedere con la procedura camerale contemplata all'articolo 666 c.p.p. (c.d. contraddittorio differito).

Sotto il profilo dell'onere probatorio- e fatto salvo quanto si dirà per l'applicazione dell'istituto della continuazione in executivis- proprio in ossequio alla richiamata disposizione di cui all'art. 666, comma V, c.p.p. non si ritiene sussista un onere probatorio a carico del soggetto che invochi un provvedimento giurisdizionale favorevole, bensì unicamente solo un onere di allegazione, inteso come dovere di prospettare e indicare al giudice i fatti sui quali la sua richiesta si basa, incombendo poi all'autorità giudiziaria il compito di procedere ai relativi accertamenti (documentali e non - Cass. pen. n.28241/11).

Quanto, infine, al potere di impugnazione della parte accusatoria, lo stesso non può che spettare in via esclusiva al P.M. che ha assunto il ruolo di parte nel procedimento, non potendosi riconoscere al P.G. presso la Corte d'appello un potere di surroga assimilabile a quello attribuitogli nel giudizio di cognizione (cfr. Cass. pen. n.1375/10).

 

4-     I casi in cui è previsto l'intervento del giudice dell'esecuzione.

 

Art. 667 - Dubbio sull'identità fisica della persona detenuta.

Nei casi in cui ragionevolmente si dubiti dell'identità della persona arrestata  per l'esecuzione di una pena o perché evasa mentre scontava una condanna, il giudice dell'esecuzione interviene (anche in assenza di istanza di parte) provvedendo ad interrogarla e a compiere ogni opportuno accertamento ulteriore utile alla sua compiuta identificazione. Nel caso in cui dovesse riconoscere che non si tratta della persona nei cui confronti doveva compiersi l'esecuzione della condanna, ne ordina immediatamente la liberazione. Nell'ipotesi in cui, invece, l'identità del soggetto dovesse permanere incerta, il giudice in ogni caso deve ordinare la sospensione dell'esecuzione, disponendo la liberazione del detenuto e invitando il pubblico ministero a procedere ad ulteriori indagini.

Nel caso vi sia una chiara evidenza della sussistenza di un errore di persona e non sia possibile provvedere tempestivamente al suo interrogatorio ed agli ulteriori accertamenti del caso, la liberazione può essere ordinata anche in via provvisoria, con decreto motivato dal pubblico ministero del luogo dove l'arrestato si trova.

 

Art. 668 - Persona condannata per errore di nome.

Nelle ipotesi in cui una persona venga condannata in luogo di un'altra per un errore sul nome  (che comunque non inficia la validità della sentenza e la regolarità della sua esecuzione), il giudice dell'esecuzione, trattandosi di mero errore materiale, provvede alla correzione seguendo le forme previste dall'articolo 130 c.p.p. solo nel caso in cui la persona contro la quale si doveva procedere è stata citata come imputato anche sotto altro nome per il giudizio. Evidentemente, si tratta di un caso solo apparentemente analogo a quello contemplato dal precedente art. 667 c.p.p.: ed invero, mentre nel caso previsto dall'art. 667 c.p.p. l'errore riguarda la persona nei cui confronti viene eseguito un provvedimento di condanna, nel caso contemplato dall'art. 668 c.p.p. l'errore riguarda soltanto la formale indicazione delle generalità dell'imputato, la cui identità fisica è, tuttavia, certa e che, pertanto, ha ritualmente partecipato al processo celebrato a suo carico.

Nel diverso caso in cui, invece, per effetto dell'errore nella indicazione delle generalità sia stato celebrato un processo nei confronti di persona diversa da quella che si intendeva perseguire, non si può discorrere di mero errore materiale, bensì di errore sulla persona del condannato, per emendare il quale occorrerà attivare la procedura della 'revisione' di cui all'art. 630 c.p.p.. In ogni caso l'esecuzione contro la persona erroneamente condannata dev'essere sospesa.

 

Art. 669 - Pluralità di sentenze per il medesimo fatto contro la stessa persona.

La disciplina contenuta nell'art. 669 c.p.p. è applicabile soltanto quando la pluralità di sentenze concerna, oltre che lo stesso imputato, lo "stesso fatto", inteso quest'ultimo come coincidenza fra tutte le componenti delle concrete fattispecie penali oggetto dei singoli procedimenti.

Con detta previsione normativa è stato di fatto codificato quello che comunemente viene conosciuto come il principio del «ne bis in idem», vale a dire "della preclusione processuale".

L'ipotesi contemplata dall'art. 669 c.p.p., dunque, si verifica ogni qualvolta siano pronunciate più sentenze di condanna divenute irrevocabili (ma anche più decreti penali o di sentenze e di decreti, ovvero s e il fatto è stato giudicato in concorso formale con altri fatti o quale episodio di un reato continuato, premessa, ove necessaria, la determinazione della relativa pena corrispondente) nei confronti della stessa persona per il medesimo fatto, caso in cui il giudice dell'esecuzione, in applicazione del già richiamato principio del favor rei, è tenuto ad ordinare l'esecuzione della sentenza con cui si è stata pronunciata la condanna meno grave, revocando tutte le altre.

Nel caso in cui le pene irrogate siano diverse, l'interessato può indicare la sentenza che dev'essere eseguita; in mancanza di detta indicazione, il giudice assumerà la propria decisione in applicazione dei parametri previsti dai commi III e IV dell'art. 669 c.p.p., a mente dei quali rispettivamente «se si tratta di pena pecuniaria e pena detentiva, si esegue la pena pecuniaria. Se si tratta di pene detentive o pecuniarie di specie diversa, si esegue la pena di minore entità, se le pene sono di uguale entità, si esegue rispettivamente l'arresto o l'ammenda. Se si tratta di pena detentiva o pecuniaria e della sanzione sostitutiva della semidetenzione o della libertà controllata, si esegue, in caso di pena detentiva, la sanzione sostitutiva e, in caso di pena pecuniaria, quest'ultima» e «quando le pene principali sono uguali, si tiene conto della eventuale applicazione di pene accessorie o di misure di sicurezza e degli altri effetti penali. Quando le condanne sono identiche, si esegue la sentenza divenuta irrevocabile per prima».

Nel caso in cui, invece, concorrano più sentenze di non luogo a procedere o più sentenze di proscioglimento nei confronti della stessa persona per il medesimo fatto, il giudice, se l'interessato non indica la sentenza che dev'essere eseguita, ordina l'esecuzione della sentenza più favorevole, revocando le altre; se, invece, si tratta del concorso di una sentenza di proscioglimento con una sentenza di condanna o con un decreto penale, il giudice ordina l'esecuzione della sentenza di proscioglimento revocando la decisione di condanna (tuttavia, se il proscioglimento è stato pronunciato per estinzione del reato verificatasi successivamente alla data in cui è divenuta irrevocabile la decisione di condanna, si esegue quest'ultima); infine, se a concorrere sono una sentenza di non luogo a procedere e una sentenza pronunciata in giudizio o un decreto penale, il giudice ordina l'esecuzione della sentenza pronunciata in giudizio o del decreto.

Infine, in ordine all'applicazione del principio del «ne bis in idem», va anche precisato non solo che lo stesso trova efficacia in via analogica (siccome principio di carattere generale dell'ordinamento processuale) anche con riferimento al caso di concorso tra più ordinanze emesse dal giudice dell'esecuzione ogni qualvolta esso costituisca l'unico strumento possibile per eliminare uno dei due provvedimenti emessi per lo stesso fatto contro la stessa persona, ma anche che lo stesso principio non può essere invocato in sede esecutiva nel caso in cui vi sia stata una pluralità di sentenze per il medesimo fatto contro la stessa persona laddove la relativa questione della duplicazione di giudicati sia stata già prospettata dalle parti e risolta negativamente in via principale nell'ambito del giudizio di cognizione (cfr. Cass. pen. n°17197/16, secondo cui "...il disposto di cui all'art. 669, comma otto, cod. proc. pen., relativo al caso che vi sia stata pluralità di sentenze per il medesimo fatto contro la stessa persona, può trovare applicazione qualora la questione del "ne bis in idem" sia stata risolta, solo in via incidentale, negativamente da parte del giudice della cognizione, non assumendo tale decisione efficacia formale digiudicato...").

 

Art. 670 - Questioni sul titolo esecutivo.

Tali «questioni» riguardano non la legittimità del titolo, bensì la sua 'eseguibilità ', il che evidentemente preclude al giudice dell'esecuzione la possibilità di rilevare le nullità assolute verificatesi nel corso del giudizio in quanto oramai superate dalla sopravvenuta irrevocabilità della pronuncia.

Dette «questioni» afferiscono, piuttosto, a vizi verificatisi nel procedimento di formazione della 'irrevocabilità ' del titolo e ricorrono ogni qualvolta il giudice dell'esecuzione accerti che il provvedimento manca o non è divenuto esecutivo, circostanza che dichiara con ordinanza con la quale, conseguentemente, sospende l'esecuzione del titolo medesimo, disponendo, ove occorra, anche la liberazione dell'interessato e la rinnovazione della notificazione non validamente eseguita.

In tal caso decorre nuovamente il termine per l'impugnazione e, laddove sia stata già proposta impugnazione od opposizione, il giudice dell'esecuzione provvede anche alla trasmissione degli atti al giudice di cognizione competente.

E', quest'ultimo, il c.d. istituto della «restituzione nei termini per l'impugnazione», che trova applicazione anche ogniqualvolta si versi in una delle ipotesi di cui all'art. 175 c.p.p., e la cui istanza, in fase esecutiva, può essere proposta alternativamente sia al giudice dell'impugnazione, che a quello della esecuzione. Tuttavia, vige il principio della prevalenza del giudice competente nel merito, con la conseguenza che se l'istanza è presentata a quest'ultimo, resta preclusa ogni possibilità di una sua successiva riproposizione al giudice dell'esecuzione, mentre se l'istanza è presentata subito al giudice dell'esecuzione, la stessa può sempre essere riproposta anche al giudice dell'impugnazione fintantoché non sia intervenuta una pronuncia del primo (art. 670, III comma, c.p.p.).

Naturalmente, l'istanza di restituzione nel termine per l'impugnazione di una sentenza finalizzata esclusivamente a far valere una patologia attinente all'omessa formazione del titolo esecutivo per difetto di notifica dell'estratto contumaciale (e non piuttosto la mancanza di conoscenza effettiva pur quando l'estratto sia stato correttamente notificato) va qualificata come incidente di esecuzione, con la conseguente necessità della trasmissione degli atti al giudice dell'esecuzione competente (cfr. Cass. pen. n.36488/11; Cass. pen. n.36517/09, Cass. pen. n.9477/09).

Infine, sembra opportuno precisare che la corte di legittimità ha previsto la proponibilità, in via del tutto eccezionale, del rimedio di cui all'art. 670 c.p.p. teso a rendere inefficace un pronunciato di rigetto della Corte di Cassazione. Ed invero, pur apparendo scontata l'inammissibilità, per abnormità, di una siffatta istanza difensiva (atteso che la sentenza della Corte di Cassazione, allorché assuma le forme del rigetto ovvero dell'inammissibilità del ricorso esaurisce il procedimento ed è sottratta, per evidenti esigenze di certezza dei rapporti giuridici, a qualsivoglia sistema ordinario di rivalutazione decisionale, ad eccezione dei rimedi straordinari della revisione e del ricorso straordinario per errore di fatto), la Corte di Cassazione ha individuato un unico caso in cui la stessa debba essere ritenuta, appunto in via del tutto eccezione, ammissibile e che riguarda l'ipotesi in cui la Corte europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali abbia accertato che la condanna sia stata pronunciata in violazione delle regole sul processo equo sancite dall'art. 6 della Convenzione europea e abbia riconosciuto il diritto del condannato alla rinnovazione del giudizio: solo in tal caso, dunque, benché il legislatore abbia omesso di introdurre nell'ordinamento interno il mezzo idoneo a instaurare il nuovo processo, il giudice dell'esecuzione può (rectius: deve) dichiarare, a norma dell'art. 670 c.p.p., l'ineseguibilità del giudicato (cfr. Cass. pen. n.6559/11).

 

Art. 671 - Applicazione della disciplina del concorso formale e del reato continuato.

Nel caso di più sentenze o decreti penali irrevocabili pronunciati in procedimenti distinti contro la stessa persona, il condannato o il pubblico ministero possono chiedere al giudice dell'esecuzione l'applicazione della disciplina del concorso formale o del reato continuato  (art. 81 c.p.), sempre che la stessa non sia stata espressamente esclusa dal giudice della cognizione (cfr. Cass. pen. n.43777/15).

L'applicazione della disciplina della continuazione in sede di esecuzione, dunque, ha carattere sussidiario e suppletivo ed è subordinata alla circostanza che non sia stata esclusa dal giudice della cognizione, il quale, pertanto, dinanzi ad una precisa richiesta dell'imputato, non può legittimamente rinviare alla fase esecutiva il giudizio sull'identità o meno del disegno criminoso tra i vari illeciti sottoposti alla sua cognizione (cfr. Cass. pen. n.10113/12).

Al riguardo, giova rammentare che all'articolo 81 del codice penale è codificata la disciplina del concorso formale ovvero del reato continuato, la quale trova applicazione nei confronti di chi " ...con una sola azione od omissione viola diverse disposizioni di legge ovvero commette più violazioni della medesima disposizione di legge"; all'evidenza, tale disciplina si distingue da quella sul 'concorso materiale', la quale, invece, trova applicazione allorché le violazioni di legge vengano commesse con una pluralità di azioni od omissioni. L'aspetto più rilevante di siffatta previsione normativa, però, è contenuto nel secondo comma del menzionato art. 81, laddove è prevista la possibilità dell'applicazione della disciplina de qua  anche a chi "…con più azioni od omissioni, esecutive di un medesimo disegno criminoso, commette anche in tempi diversi più violazioni della stessa o di diverse disposizioni di legge": la ratio di tale ultima previsione di legge è espressione del principio del favor rei, posto che in siffatti casi essa consente l'applicazione della sola pena che dovrebbe infliggersi per il reato più grave aumentata sino al triplo (e non piuttosto la somma delle pene da infliggersi per ciascuno dei reati commessi).

Quanto alla determinazione del reato più grave, esso si individua attraverso un 'criterio astratto', facendo cioè riferimento alla pena più grave prevista dal legislatore (da ciò discende che, nel concorso fra delitto e contravvenzione, violazione più grave debba essere sempre ritenuta il delitto, al di là dell'entità delle sanzioni previste, giacché a tale figura di reato il legislatore attribuisce valore di più grave violazione dell'ordine sociale e conseguenze più rilevanti per le relative condanne), ciò a differenza di quanto avviene, invece, per l'applicazione della continuazione nella fase esecutivaexart. 671 c.p.p., laddove, in base all'art. 187 disp. att. c.p.p., "…si considera violazione più grave quella per la quale è stata inflitta la pena più grave".

In ogni caso, il giudice dell'esecuzione provvede determinando la pena in misura non superiore alla somma di quelle inflitte con ciascuna sentenza o ciascun decreto (a mente del richiamo operato dall'art. 671, comma 2-bis, c.p.p. all'art. 81, IV comma, c.p., se i reati oggetto della continuazione sono commessi da un imputato al quale sia stata applicata la recidiva prevista dall'art. 99, IV comma, c.p., l'aumento della quantità di pena non potrà essere inferiore ad un terzo della pena stabilita per il reato ritenuto più grave). Tuttavia, più volte dinanzi alla Corte di Cassazione è stata sollevata la questione tesa a fornire risposta al quesito se il giudice dell'esecuzione, in caso di riconoscimento della continuazione tra più sentenze di condanna irrevocabili sia tenuto, nel determinare la pena da eseguire, a conformarsi al solo limite previsto dal II comma dell'art. 671 cit. (la pena da eseguire in ogni caso non può essere determinata in misura superiore alla somma di quelle inflitte con ciascuna sentenza o ciascun decreto), ovvero se debba piuttosto rispettare anche il limite del triplo della pena inflitta per la violazione più grave così come sancito dall'art. 81, commi 1 e 2, c.p.: in presenza di difformi pronunce sul punto, con decisione del 17 gennaio 2017 la I sezione penale della corte di legittimità ha inteso rimettere la questione alle Sezioni Unite.

Con specifico riferimento alle condanne emesse all'esito di distinti giudizi abbreviati, l'individuazione del reato più grave va fatta in ragione della pena-base nella sua entità precedente all'applicazione della diminuente per il rito, rispetto alla quale vanno calcolati gli aumenti per la continuazione, e solo successivamente va applicata la diminuente per il rito (che, così, incide sull'intero ammontare della pena ottenuta).

Nel riconoscere la continuazione, peraltro, il giudice dell'esecuzione può concedere anche la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, quando ciò consegua alla rideterminazione della pena. Di contro, una volta ritenuta l'unicità del disegno criminoso tra due fatti oggetto di due diverse sentenze e applicata agli stessi la disciplina del reato continuato, la sospensione condizionale della pena già disposta per uno dei due fatti non è automaticamente revocata, essendo compito del giudice dell'esecuzione valutare se il beneficio già concesso possa estendersi alla pena complessivamente determinata ovvero se esso debba essere revocato perché venuti meno i presupposti di legge (cfr. Cass. pen. n.24571/09)

Dunque, il legislatore, ispirato dal favor rei, con la norma in esame si è spinto sino a prevedere la possibilità di rideterminare la pena, applicando la più mite disciplina sanzionatoria del concorso formale, anche per quei fatti-reato già oggetto di sentenze di condanna passate in giudicato (sempreché - come detto - la continuazione non sia stata già esclusa dal giudice della cognizione), così prevedendo la possibilità di incidere, modificandoli, su titoli già divenuti esecutivi.

Presupposto necessario ed indefettibile per una richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato in sede esecutiva è, ovviamente, l'esistenza di più sentenze passate in giudicato.

Quanto alla competenza, il giudice legittimato a provvedere su siffatta richiesta va sempre individuato in quello che ha pronunciato il provvedimento divenuto irrevocabile per ultimo, anche se la questione posta non riguarda la sentenza da lui emessa (cfr. Cass. pen. n.2141/12), fatta eccezione per il caso in cui ricorrano i presupposti per l'applicazione del disposto di cui all'art. 665, comma 4-bis, c.p.p. (relativamente alla competenza del collegio - cfr.supra).

La competenza del giudice che ha emesso il provvedimento divenuto esecutivo per ultimo sussiste anche nel caso in cui alcuno dei precedenti provvedimenti da eseguire sia stato emesso dal tribunale per i minorenni (cfr. Cass. pen. n.5581/2008).

L'eventuale provvedimento di rigetto del giudice dell'esecuzione, una volta divenuto formalmente irrevocabile, preclude (cfr. da ultimo Cass. pen. n.36337/16) la riproposizione della richiesta, quand'anche limitata ad alcuni soltanto dei reati considerati dalla pronuncia, salvo il caso in cui siano prospettati dall'interessato elementi di carattere nuovo.

Sotto il profilo sostanziale, per poter ritenere configurata la continuazione tra diversi reati è necessario un positivo accertamento volto a verificare in concreto la sussistenza di due elementi, uno di natura psicologica (cioè la medesimezza del disegno criminoso) e l'altro di natura sostanzialmente spazio-temporale (cioè la contemporaneità o il non rilevante lasso temporale intercorrente tra una condotta e l'altra).

Più precisamente, come ribadito dalla Corte di Cassazione (cfr. ex plurimis Cass. pen. n.44862/08), la ricorrenza dell'identità del disegno criminoso va apprezzata sulla base di alcuni indici rivelatori quali la distanza cronologica tra i fatti, le modalità della condotta, la tipologia dei reati, il bene tutelato, la omogeneità delle violazioni, la causale, le condizioni di tempo e di luogo, sottolineando come sia sufficiente anche solo la constatazione della sussistenza di alcuni di essi, purché significativi, per poter ritenere sussistente un unico programma delinquenziale, delibato quantomeno nelle sue linee essenziali, diretto a conseguire un determinato fine.

In proposito, va puntualizzato che - come sostenuto anche dalla corte di legittimità (cfr.ex plurimis Cass. pen. n.12905/10) - l'analogia dei singoli reati, l'unitarietà del contesto, l'identità della spinta a delinquere e la brevità del lasso temporale che separa i diversi episodi, singolarmente considerati, non costituiscono indizi necessari di una programmazione e deliberazione unitaria e, però, ciascuno di questi fattori, aggiunto ad un altro, incrementa la possibilità dell'accertamento dell'esistenza di un medesimo disegno criminoso, in proporzione logicamente corrispondente all'aumento delle circostanze indiziarie favorevoli (cfr. Cass. pen. n.12905/10).

In ogni caso, va tenuto conto che, sempre secondo quanto ribadito dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. Cass. pen. n.38009/07), "... l'unicità del disegno criminoso, costituente l'indispensabile condizione per la configurabilità della continuazione, non può identificarsi con la generale inclinazione a commettere reati, sotto la spinta di fatti e circostanze occasionali più o meno collegati tra loro, ovvero di bisogni o necessità di ordine contingente, e neanche con la tendenza a porre in essere reati della stessa indole o specie... dovendo le singole violazioni costituire parte integrante di un unico programma criminoso deliberato sin dall'inizio nelle linee essenziali per conseguire un determinato fine, a cui di volta in volta si aggiungerà l'elemento volitivo necessario per l'attuazione del programma medesimo. Tale programma deve essere positivamente e rigorosamente provato, non giovando a tale fine la mera indicazione dell'identità di natura delle norme violate, la loro prossimità temporale, la medesimezza del movente delle varie azioni criminose, tutte circostanze riguardanti i singoli reati ma non probanti quella preventiva deliberazione a delinquere che ne unifica l'ideazione anteriormente alla loro commissione" (cfr. anche Cass. pen. n.896/15, Cass. pen. n.14432/09 e Cass. pen. n.6553/95, secondo cui "La unicità del disegno criminoso necessaria per configurabilità del reato continuato e per l'applicazione della continuazione in fase esecutiva non può identificarsi con la generale tendenza a porre in essere determinati reati o comunque da una scelta di vita che implica la reiterazione di determinate condotte criminose, ma le singole violazioni devono costituire parte integrante di un unico programma deliberato nelle linee essenziali per conseguire un determinato fine..."; più recentemente, ed in maniera ancor più puntuale, con sentenza n.15955/16 la corte di legittimità ha ulteriormente chiarito che "...l'identità del disegno criminoso, che caratterizza l'istituto disciplinato dall'art. 81, comma secondo, cod. pen.,postula che l'agente si sia previamente rappresentato e abbia unitariamente deliberato una serie di condotte criminose e non si identifica con il programma di vita delinquenziale del reo, che esprime, invece, l'opzione del reo a favore della commissione di un numero non predeterminato di reati, che, seppure dello stesso tipo, non sono identificabili a priori nelle loro principali coordinate, rivelando una generale propensione alla devianza, che si concretizza, di volta in volta, in relazione alle varie occasioni ed opportunità esistenziali").

Quanto all'elemento dello 'stato di tossicodipendenza', introdotto con L. n.49 del 2006, pur non costituendo esso criterio assorbente ai fini della valutazione della medesimezza del disegno criminoso, l'accertamento della sua sussistenza importa che lo stesso debba essere valutato "fra gli elementi" a quel fine rilevanti, potendo costituire un collante idoneo a giustificare la valutazione della commissione in esecuzione di un medesimo disegno criminoso con riguardo ai reati ad esso riconducibili, sempre che ricorrano gli ulteriori elementi sintomatici della sussistenza della continuazione (cfr. Cass. pen. n.33011/08).

L'onere della prova  circa la sussistenza dei presupposti utili per il riconoscimento della continuazione tra reati grava esclusivamente (cfr. Cass. pen. n.43043/08, Cass. pen. n.35806/16) sul condannato che ne invochi l'applicazione, il quale ha non solo l'onere di allegare, a sostegno delle proprie richieste, elementi specifici e concreti capaci di "cementare" tra loro le singole violazioni, non apparendo sufficiente il mero riferimento alla contiguità cronologica degli addebiti ovvero all'identità o analogia dei titoli di reato (in quanto indici sintomatici non di attuazione di un progetto criminoso unitario quanto piuttosto di una abitualità criminosa e di scelte di vita ispirate alla sistematica e contingente consumazione di illeciti - cfr. da ultimo ex plurimis Cass. pen. n.35806/16), ma anche l'onere di produrre al giudice competente la copia delle sentenze di condanna in ordine alle quali è richiesto il riconoscimento della continuazione in executivis; tale ultimo onere, tuttavia, può ritenersi pienamente soddisfatto anche con la semplice, ma completa, indicazione degli estremi dei provvedimenti richiamati nell'istanza, ben potendo, in tale ipotesi, l'acquisizione del documento essere disposta dal giudice, come si ricava, tra l'altro, dall'esplicita previsione dell'art. 186 disp. att. c.p.p., che riguarda espressamente l'applicazione della continuazione in sede di esecuzione (cfr. da ultimo Cass. pen. 36289/15).

 

Art. 672 - Applicazione dell'amnistia e dell'indulto.

Nel caso di richiesta di applicazione dell'amnistia o dell'indulto il giudice dell'esecuzione provvede con le forme della procedura semplificata (e a contraddittorio eventuale e differito) prevista dall'articolo 667 comma 4 c.p.p..

Quando, in conseguenza dell'applicazione dell'amnistia o dell'indulto, occorre applicare o modificare una misura di sicurezza a norma dell'articolo 210 c.p., il giudice dell'esecuzione dispone la trasmissione degli atti al magistrato di sorveglianza.

In attesa del pronunciamento del giudice dell'esecuzione, il pubblico ministero che cura l'esecuzione della sentenza di condanna può comunque disporre la provvisoria liberazione del condannato detenuto, ovvero la cessazione delle sanzioni sostitutive e delle misure alternative.

Qualora il condannato ne faccia richiesta, l'amnistia e l'indulto devono essere applicati anche nel caso in cui la pena sia stata interamente eseguita; in tal caso, tuttavia, l'applicazione dell'indulto presuppone necessariamente una richiesta sostenuta da un interesse giuridicamente apprezzabile, che dev'essere ben evidenziato dall'istante.

In ogni caso, al giudice dell'esecuzione è riconosciuto il potere (rectius: il dovere) di ridurre entro i limiti di legge l'indulto applicato, con più sentenze di condanna, eventualmente in misura eccedente quella fissata dal provvedimento di clemenza, atteso che il giudicato si forma solo sul diritto al beneficio e non anche sulla sua misura, né questa operazione comporta la revoca dei condoni eventualmente applicati in eccesso, in quanto l'art. 174, comma 2, c.p. stabilisce che l'indulto si applica una sola volta in sede di cumulo (cfr. Cass. pen., sez. I, n.31697/10).

Peraltro, l'indulto non può concorrere con la sospensione condizionale della pena, prevalendo sul primo quest'ultimo beneficio. Infatti, l'applicazione del beneficio della sospensione condizionale realizza una "fattispecie a formazione progressiva", che determina l'effetto immediato del differimento dell'inizio dell'esecuzione della pena e l'ulteriore effetto futuro ed eventuale dell'estinzione del reato: effetti che, però, sono tra loro strettamente collegati e da subito contemplati nonostante la loro diversa concreta operatività temporale. Proprio tale meccanismo, con gli effetti che ne derivano, osta all'applicabilità dell'indulto, per la ragione che tale istituto può riguardare solo pene suscettibili in concreto di esecuzione, tanto è vero che esso viene a ripartirsi su tutte le pene cumulate (cfr. art. 174 comma 2 c.p.), dopo che dal cumulo sono state escluse le pene già eseguite, quelle estinte e quelle non eseguibili per qualsiasi causa: l'effetto sospensivo dell'inizio dell'esecuzione della pena prodotto dalla sospensione condizionale della pena è, quindi, inconciliabile con l'applicazione dell'indulto, che in tal caso risulterebbe non operativo poiché avente a oggetto una pena in quel momento non suscettibile di esecuzione. Il condannato, del resto, non ha alcun interesse alla simultanea applicazione dei due benefici, giacché questi, anche laddove, decorso il periodo di prova previsto dall'art. 163 c.p. (quinquennale, se la condanna è per delitto, biennale, se la condanna è per contravvenzione), non si verificasse la definitiva estinzione del reato, avrebbe pur sempre la possibilità di richiedere in qualsiasi momento l'applicazione del provvedimento indulgenziale con lo strumento dell'incidente di esecuzione ai sensi dell'art. 672 c.p.p. (cfr. sul punto Cass. pen., Sez. Un., n.36837/10).

 

Art. 673 - Revoca della sentenza per abolizione del reato.

Nel caso di abrogazione (art. 2 c.p.) o di dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma incriminatrice (art. 136 Cost.), il giudice dell'esecuzione revoca la sentenza di condanna o il decreto penale dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato  e adotta i provvedimenti conseguenti.

Allo stesso modo provvede quando sia stata emessa sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere per estinzione del reato o per mancanza di imputabilità.

Nel caso di "abolitio criminis", deve escludersi l'operatività dell'istituto ogni qualvolta esso richieda al giudice dell'esecuzione non un riscontro meramente ricognitivo della perdita di efficacia della norma incriminatrice, ma piuttosto un'indagine valutativa in ordine alla sussistenza delle condizioni cui è subordinata la produzione dell'effetto abrogativo.

Peraltro, in materia di successione di leggi penali, in caso di modifica della norma incriminatrice  per accertare se vi sia stata o meno "abolitio criminis" è sufficiente procedere al confronto strutturale tra le fattispecie legali astratte che si succedono nel tempo, senza la necessità di ricercare conferme dell'eventuale continuità tra le stesse facendo ricorso ai criteri valutativi dei beni tutelati e delle modalità di offesa, atteso che tale confronto permette in maniera autonoma di verificare se l'intervento legislativo posteriore assuma carattere demolitorio di un elemento costitutivo del fatto tipico, alterando così radicalmente la figura di reato, ovvero, non incidendo sulla struttura della stessa, consenta la sopravvivenza di un eventuale spazio comune alle suddette fattispecie (cfr. Cass. pen., Sez. Un., n.24468/09).

Qualora, invece, la legge abolitrice trasformi il reato in illecito amministrativo, il giudice deve dichiarare l'estinzione del reato se la relativa causa sia precedente all'entrata in vigore della legge di depenalizzazione. Tuttavia, tale principio assoluto deve pur sempre fare i conti con le situazioni concrete, diverse l'una dall'altra e che meritano specifiche considerazioni in relazione ai residui di carattere penale e/o amministrativo derivanti dall'applicazione dell'una o dell'altra formula di definizione del procedimento penale, anche in fase esecutiva. In tutti i casi è la regola del favor rei che deve guidare la decisione del giudice (si pensi al caso del reato di guida senza patente estintosi per il decorso del termine di 2 anni dalla condanna condizionalmente sospesa prima dell'intervenuta sua depenalizzazione: optare per l'estinzione del reato, ex art. 167 c.p., come conseguenza della sospensione condizionale della pena, infatti, non comporta l'estinzione dagli effetti penali della condanna, anche ai fini della recidiva, mentre la revoca della sentenza per abolizione del reato,exart. 673 c.p.p., farebbe cessare tutti gli effetti penali della condanna, con la conseguente cancellazione della relativa iscrizione nel casellario giudiziale).

La richiesta dell'interessato di revoca della sentenza di condanna per "abolitio criminis" è ammissibile anche se nel frattempo la pena detentiva irrogata sia stata interamente scontata, atteso il concreto interesse vantato dal condannato in riferimento all'eliminazione di un effetto penale conseguente alla condanna, dato dall'iscrizione nel certificato del casellario giudiziale.

In ogni caso, la revoca della sentenza di condanna per "abolitio criminis" non comporta il venir meno della natura di illecito civile del fatto medesimo, con la conseguenza che le statuizioni civili contenute nella sentenza revocata continuano senz'altro a costituire fonte di obbligazioni efficaci nei confronti della parte danneggiata.

Va da ultimo segnalato che con i decreti legislativi n. 7 en. 8 del 15 gennaio 2016, pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale n. 17 del 22 gennaio 2016, il Governo ha proceduto, in attuazione della legge 28 aprile 2014, n. 67, rispettivamente ad un'abrogazione e ad una depenalizzazione di diverse figure delittuose.

In particolare, il decreto legislativo n. 7/2016 (recante «Disposizioni in materia di abrogazione di reati e introduzione di illeciti con sanzioni pecuniarie civili»)ha previsto l'abrogazione di una serie di reati ritenuti di minor allarme sociale; in luogo della sanzione penale, infatti, è stata prevista l'introduzione di una sanzione pecuniaria civile, cui si affianca la previsione di un diritto al risarcimento del danno della persona offesa.

L'obiettivo è stato duplice: deflazionare il carico delle procure e dei tribunali penali ed assicurare una maggiore efficacia della sanzione e del risarcimento in favore delle parti offese. In tali casi, le vittime potranno chiedere il risarcimento del danno al giudice civile, il quale in alcuni casi potrà anche applicare una sanzione pecuniaria destinata alla Cassa delle ammende.

Il citato decreto legge n. 7 ha innanzitutto previsto (art. 1) l'abrogazione di diverse disposizioni penali: l'art. 485 c.p. (Falsità in scrittura privata); l'art. 486 c.p. (Falsità in foglio firmato in bianco); l'art. 594 c.p. (Ingiuria); l'art. 627 c.p. (Sottrazione di cose comuni); l'art. 647 c.p. (Appropriazione di cose smarrite, del tesoro e di cose avute per errore o caso fortuito).

In riferimento agli articoli abrogati e con il necessario coordinamento rispetto alla fattispecie residuali, sono state sostituite, modificate o integrate alcune altre disposizioni del codice penale (art. 2), e segnatamente: l'art. 488 c.p. (Altre falsità del foglio firmato in bianco. Applicabilità delle disposizioni sulle falsità materiali); l'art. 489 c.p. (Uso di atto falso); l'art. 490 c.p. (Soppressione, distruzione e occultamento di atti veri); l'art. 491 c.p. (Documenti equiparati agli atti pubblici agli effetti della pena); l'art. 491-bis c.p. (Documenti informatici); l'art. 493-bis c.p. (Casi di perseguibilità a querela); l'art. 596 c.p. (Esclusione della prova liberatoria); l'art. 597 c.p. (Querela della persona offesa ed estinzione del reato); l'art. 599 c.p. (Ritorsione e provocazione); l'art. 635 c.p. (Danneggiamento); l'art. 635-bis c.p. (Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici); l'art. 635-ter c.p. (Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro ente pubblico o comunque di pubblica utilità); l'art. 635-quater c.p. (Danneggiamento di sistemi informatici o telematici); l'art. 635-quinquies c.p. (Danneggiamento di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità).

All'art. 3, inoltre, è stato previsto che i fatti contemplati dalle norme innanzi elencate, se dolosi, obbligano, oltre alle restituzioni e al risarcimento del danno secondo le leggi civili, anche al pagamento della sanzione civile ivi stabilita, nell'osservanza dell' art. 2947, comma 1, del codice civile, il quale contempla la prescrizione quinquennale decorrente dal giorno in cui il fatto si è verificato.

Al successivo art. 4 è stato riportato l'elenco degli illeciti civili sottoposti a sanzioni pecuniarie, prevedendo, a seconda dei casi, una sanzione pecuniaria civile da € 100 a € 8.000 ovvero da € 200 a € 12.000: si tratta di varie fattispecie che, in linea di massima ed estremamente generale, corrispondono agli illeciti penali abrogati (quali, ad esempio, i reati di ingiuria, di impossessamento della cosa comune, di danneggiamento, di appropriazione di cose smarrite o del tesoro o di cui sia venuto in possesso per errore altrui o per caso fortuito, nonché dei vari reati di falsità).

L'art. 5 del decreto in esame, poi, ha individuato i criteri di commisurazione delle sanzioni pecuniarie che il giudice civile è tenuto ad osservare, e precisamente: la gravità della violazione, la reiterazione dell'illecito, l'arricchimento del soggetto responsabile, l'opera svolta dall'agente per l'eliminazione o attenuazione delle conseguenze dell'illecito, la personalità dell'agente e le sue condizioni economiche.

Come precisato dall'art. 7, nell'ipotesi di concorso di persone nell'illecito, ciascuna di esse soggiace alla sanzione pecuniaria per esso stabilita.

Le sanzioni pecuniarie civili sono applicate dal giudice civile competente per il risarcimento del danno, e al relativo procedimento si applicano le disposizioni del codice di procedura civile in quanto compatibili (art. 8).

Il giudice competente può anche stabilire che il pagamento della prevista sanzione pecuniaria avvenga in rate mensili (da 2 a 8 e non inferiori a € 50 cadauna), tenuto conto delle condizioni economiche del condannato.

Per il pagamento della sanzione pecuniaria civile non è ammessa alcuna forma di copertura assicurativa. L'obbligo di pagare la sanzione pecuniaria non si trasmette agli eredi (art. 9).

Le sanzioni pecuniarie civili previste dal decreto legislativo in commento si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data della sua entrata in vigore (6 febbraio 2016), salvo sentenza o decreto penali oramai irrevocabili.

In tali ultimi casi, il giudice dell'esecuzione è chiamato ad intervenire revocando il provvedimento penale adottato, dichiarandoexart. 673 c.p.p. che il fatto con è previsto dalla legge come reato e adottando i provvedimenti conseguenti, seguendo la procedura semplificata richiamata dall'art. 667, comma 4, c.p.p..

Come disposizione generale (art. 1), con il decreto legge n. 8/2016 (recante «Disposizioni in materia di depenalizzazione») si è, invece, proceduto alla depenalizzazione - vale a dire, alla loro trasformazione in illeciti amministrativi - di tutti i reati per i quali è prevista la sola pena della multa o dell'ammenda, compresi quelli che nelle ipotesi aggravate prevedono la pena detentiva, sola o congiunta a quella pecuniaria: in tali casi le stesse devono considerarsi come fattispecie autonome di reato.

Sono stati, altresì, individuati i parametri edittali per la pena pecuniaria amministrativa rispetto a quelli dell'originale multa od ammenda, con dei limiti in caso di pena pecuniaria proporzionale (non inferiore a € 5.000 né superiore ad € 50.000).

La prevista depenalizzazione, peraltro, non si applica per espressa previsione (art. 1, comma 2) né ai reati previsti dal codice penale, ad eccezione di quanto previsto dall'art. 2 (che modifica le fattispecie ivi previste, prevedendo una pena pecuniaria ben stabilita), né ad una serie di ulteriori reati contemplati da leggi speciali, il cui elenco è previsto dall'"allegato" al decreto stesso - al quale si rinvia per le singole disposizioni - e che sono raccolte per settori già individuati, quali: edilizia ed urbanistica, ambiente, territorio e paesaggio, alimenti e bevande, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, sicurezza pubblica, giochi d'azzardo e scommesse, armi ed esplosivi, elezioni e funzionamento dei partiti, proprietà intellettuale ed industriale.

Nello specifico, le figure delittuose interessate dalla depenalizzazione sono (art. 2): l'art. 527 c.p. (Atti osceni), la cui ipotesi aggravata del comma 2, quando il fatto è commesso all'interno o nelle immediate vicinanze di luoghi frequentati da minori, ha una nuova pena edittale; l'art. 528 c.p. (Pubblicazioni e spettacoli osceni) ove la rilevanza penale rimane solo nelle ipotesi di cui al comma 3; l'art. 652 c.p. (Rifiuto di prestare la propria opera in occasione di un tumulto); l'art. 661 c.p. (Abuso della credulità popolare); l'art. 668 c.p. (Rappresentazioni teatrali o cinematografiche abusive); l'art. 726 c.p. (Atti contrari alla pubblica decenza).

All'art. 3 (cui espressamente si fa rinvio per l'esatta individuazione delle norme interessate) sono stati, altresì, espressamente previsti ulteriori casi di depenalizzazione, previa modifica delle relative fattispecie normative riguardanti: - la l. 8 gennaio 1931, n. 234 (Norme per l'impianto e uso di apparecchi radioelettrici privati e per il rilascio delle licenze di costruzione, vendita e montaggio di materiali radioelettrici); - la l. 22 aprile 1941, n. 633 (Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio); - il d.lgs.lgt. 10 agosto 1945, n. 506 (Disposizioni circa la denunzia dei beni che sono stati oggetti di confische, sequestri, o altri atti di disposizione adottati sotto l'impero del sedicente governo repubblicano);  - la l. 28 novembre 1965, n. 1329 (Provvedimenti per l'acquisto di nuove macchine utensili); - il d.l. 26 ottobre 1970, n. 745, conv., con modificazioni, dalla l. 18 dicembre 1970, n. 1034 (Provvedimenti straordinari per la ripresa economica); - il d.l. 12 settembre 1983, n. 463, conv., con modificazioni, nella l. 11 novembre 1983, n. 638 (Misure urgenti in materia previdenziale e sanitaria); - il d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope), limitatamente all'art. 28, comma 2, ossia la sanzione stabilita per il soggetto che, legalmente autorizzato alla coltivazione delle previste piante, non osserva le prescrizioni impartitegli).

All'art. 4 sono state, infine, previste le sanzioni amministrative accessorie della sospensione della concessione, della licenza, dell'autorizzazione di altro provvedimento amministrativo che consente l'esercizio dell'attività, in riferimento a determinate fattispecie normative, ivi esplicitamente indicate, da applicarsi nel caso di loro reiterata violazione specifica.

Il procedimento per l'applicazione delle previste sanzioni amministrative è quello contemplato dalla legge 24 novembre 1981, n. 689.

Agli articoli 6 e 7, inoltre, sono state espressamente indicate le autorità competenti ad irrogare le previste sanzioni amministrative, mentre all'art. 9 è stato delineato l'iterper la trasmissione degli atti all'autorità amministrativa.

Le disposizioni del decreto legislativo in commento si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data della sua entrata in vigore (6 febbraio 2016), salvo sentenza o decreto penalimedio temporedivenuti irrevocabili.

Anche in tali casi (come già evidenziato per quanto riguarda i casi di intervenuta abrogazione di reatoexdecreto legislativo n. 7/2016) il giudice dell'esecuzione è chiamato ad intervenire revocando il provvedimento penale adottato, dichiarando (art. 673 cod. proc. pen.) che il fatto con è previsto dalla legge come reato e adottando i provvedimenti conseguenti, seguendo la procedura semplificata richiamata dall'art. 667, comma 4, c.p.p..

 

Art. 674 - Revoca di altri provvedimenti.

Spetta sempre al giudice dell'esecuzione la competenza a delibare la revoca della sospensione condizionale della pena, della grazia o dell' amnistia o dell'indulto condizionati e della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, sempre che tali benefici non siano stati già revocati con la sentenza di condanna per altro reato.

Il giudice dell'esecuzione provvede, altresì, alla revoca della sospensione condizionale della pena quando rileva l'esistenza delle condizioni di cui al terzo comma dell'articolo 168 c.p., ossia nei casi in cui il beneficio sia stato concesso per più di due volte ovvero per una pena complessiva superiore ai limiti indicati dall'art. 163 c.p..

In tali casi, il giudice dell'esecuzione non può attivarsi d'ufficio (salvo il caso di revoca della sospensione condizionale della pena quando si tratti di revoca di diritto - cfr. Cass. pen. n.16243/10), pena la nullità assoluta del suo provvedimento, ai sensi dell'art. 178, comma primo, lett. b), c.p.p., atteso che il procedimento di esecuzione, (salvo che per l'applicazione dell'amnistia o dell'indulto), richiede sempre l'impulso di parte, la cui necessità è immanente nell'ordinamento giuridico e definitivamente consacrata dall'affermazione del carattere della terzietà del giudice, che esclude la possibilità di un'iniziativa officiosa del giudicante nella promozione del procedimento sul quale è chiamato a pronunciarsi.

Del pari, è affetto da nullità assoluta, rilevabile in ogni stato e grado del procedimento, il provvedimento con cui il giudice dell'esecuzione revochi la concessione di un beneficio con procedura "de plano", senza avviso alle parti e senza fissazione dell'udienza di comparizione, trattandosi di violazione che attiene alla partecipazione necessaria del difensore.

Quanto ai presupposti per la revoca del beneficio della sospensione condizionale della pena, va opportunamente evidenziato che gli stessi risultano espressamente codificati nel codice penale. A mente dell'art. 168 c.p., infatti, la sospensione condizionale della pena è sempre revocata (c.d. revoca di diritto- art. 168, I comma, c.p.) qualora, nel quinquennio successivo al passaggio in giudicato della sentenza di condanna con la quale il beneficio è stato riconosciuto, il condannato commetta un delitto ovvero una contravvenzione della stessa indole, per cui venga inflitta una pena detentiva, ovvero non adempia agli obblighi impostigli, oppure riporti un'altra condanna per un delitto anteriormente commesso a pena che, cumulata a quella precedentemente sospesa, supera i limiti stabiliti dall'articolo 163.

Il beneficio può altresì essere revocato (c.d.revoca facoltativa -art. 168, II comma, c.p.) laddove il condannato riporti un'altra condanna per un delitto anteriormente commesso, a pena che, cumulata a quella precedentemente sospesa, non superi i limiti stabiliti dall'art. 163 cit., tenuto conto dell'indole e della gravità del reato.

La sospensione condizionale della pena è, altresì, revocata quando è stata concessa in violazione dell'articolo 164, quarto comma, c.p. in presenza di cause ostative (art. 168, III comma, c.p.)

 

Art. 675 - Falsità di documenti.

Tra le competenze del giudice dell'esecuzione vi rientra anche quella finalizzata alla declaratoria della falsità di documenti.

Al riguardo il codice prevede che ogni interessato possa fare richiesta al giudice dell'esecuzione affinché questi dichiari la falsità di un atto o di un documento qualora la stessa, accertata a norma dell'articolo 537 c.p.p., non sia stata già dichiarata nel dispositivo della sentenza, né sia stata proposta impugnazione per tale capo. Dunque, l'esperibilità di un siffatto incidente di esecuzione evidentemente postula l'avvenuto accertamento nel giudizio di cognizione della difformità dal vero dell'atto o del documento oggetto della richiesta.

La cancellazione totale del documento, disposta dal giudice della cognizione o dell'esecuzione, è eseguita mediante annotazione della sentenza o dell'ordinanza a margine di ciascuna pagina del medesimo e attestazione di tale adempimento nel verbale, con la dichiarazione che il documento non può avere alcun effetto giuridico. Il documento rimane allegato al verbale e una copia di questo è rilasciata in sostituzione del documento stesso a chi lo possedeva o lo aveva in deposito, quando la copia è stata richiesta per un legittimo interesse.

In ogni altro caso, il testo del documento, quale risulta in seguito alla cancellazione parziale o alla ripristinazione, rinnovazione o riforma, è inserito per intero nel verbale. Se il documento era in deposito pubblico, esso è restituito al depositario unitamente a una copia autentica del verbale a cui deve rimanere allegato. Se, invece, il documento era posseduto da un privato, la cancelleria lo conserva allegato al verbale e ne rilascia copia quando questa è richiesta per un legittimo interesse. Tale copia vale come originale per ogni effetto giuridico.

Nel caso di sentenza di patteggiamento per un delitto di falso, il giudice dell'esecuzione può dichiarare, ai sensi dell'art. 675 comma 1 c.p.p., la falsità di atti o di documenti, che non stata già dichiarata, solo a condizione che dal testo della suddetta sentenza risulti l'avvenuto accertamento della loro falsità (cfr. Cass. pen. n.1829/00).

In ogni caso, gli adempimenti conseguenti all'ordine di ripristinazione degli atti dichiarati falsi, seppure impartito già dal giudice della cognizione, rientrano nelle attribuzioni del giudice dell'esecuzione, il quale  procede con anticipazione delle spese a carico dell'erario (cfr. Cass. pen. n.24443/06).

 

Art. 676 - Altre competenze.

Con una norma di chiusura, il codice di rito elenca, infine, le "altre competenze" che pure devono ritenersi attribuite al giudice dell'esecuzione.

In tal senso, allora, è stata prevista specificamente la sua competenza a decidere in ordine all'estinzione del reato dopo la condanna, all'estinzione della pena quando la stessa non consegue alla liberazione condizionale o all'affidamento in prova al servizio sociale, in ordine alle pene accessorie, alla confisca o alla restituzione delle cose sequestrate.

In tutti questi casi il giudice dell'esecuzione procede con le forme semplificate a norma dell'articolo 667, comma 4, c.p.p.. In ogni caso, laddove la decisione sollecitata riguardi l'eventuale confisca dei beni in sequestro, la persona offesa dal reato ha diritto, a pena di nullitàexart. 178, comma primo, lett. c) c.p.p., sia alla notificazione dell'avviso dell'udienza camerale, che alla notificazione dell'ordinanza che decide in merito, "...atteso che la stessa è titolare di un interesse alla decisione dalla quale può derivarle, in modo diretto e immediato, un pregiudizio o un vantaggio giuridicamente apprezzabile..." (cfr. Cass. pen. n.39807/10). Anzi, la procedura ora in esame può essere attivata anche dal terzo estraneo al reato, il quale - com'è noto - non è legittimato all'impugnazione della sentenza nel capo relativo alla confisca di un bene di sua proprietà e che, pertanto, può far valere le sue ragioni solo con la proposizione di un incidente di esecuzione (cfr. Cass. pen. n.23926/10).

Tuttavia, nel caso in cui insorga controversia circa la proprietà delle cose confiscate, il giudice dell'esecuzione ne rimette la risoluzione al giudice civile del luogo competente in primo grado, mantenendo nel frattempo il sequestro, in applicazione dell'articolo 263, comma 3, c.p.p. richiamato ad hoc dalla norma ora in esame.

Laddove accerti l'estinzione del reato o della pena, il giudice dell'esecuzione la dichiara anche di ufficio adottando tutti i conseguenti provvedimenti.

Un caso particolare ed ulteriore, ritenuto rientrante sotto la copertura dell'art. 676 c.p.p., si ha quando si verifica la morte dell'imputato dopo la sentenza di primo grado, ma prima della notifica dell'estratto contumaciale: in tal caso spetta al giudice che ha emesso la sentenza, in veste di giudice dell'esecuzione, dichiarare l'estinzione del reato.

Quanto alle 'pene accessorie', spetta sempre al giudice dell'esecuzione, ove non vi abbia provveduto il giudice con la sentenza di condanna per un reato cui segue necessariamente l'interdizione dai pubblici uffici, l'applicazione di detta pena accessoria (cfr. Cass. pen. n.16634/10).

Quanto agli effetti di una declaratoria di 'estinzione del reato', la giurisprudenza ha chiarito che la causa estintiva del rato opera necessariamente solo dopo la relativa dichiarazione resa dal giudice dell'esecuzione, con la conseguenza che sino a quando non sia reso il formale provvedimento di cui all'art. 676 c.p.p. non può farsi riferimento al concetto di "reato estinto" (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 21 dicembre 2010, n. 9324).

La procedura di cui all'art. 676 c.p.p., inoltre, va attivata ogni qualvolta ci si trovi di fronte ad un'omessa pronuncia nel dispositivo della sentenza di condanna circa la 'confisca obbligatoria' di beni sottoposti a sequestro preventivo, essendo stata considerata "...abnorme l'ordinanza con la quale il Tribunale, avendo omesso nel dispositivo della sentenza di condanna di provvedere sulla confisca obbligatoria di beni sottoposti a sequestro preventivo, vi provveda successivamente con separata ordinanza..." (così Cass. pen. n.867/12).

Infine, sempre in tema di 'confisca', giova precisare che laddove la stessa sia stata disposta con sentenza irrevocabile, resta preclusa per il giudice dell'esecuzione la facoltà di ordinare la restituzione delle cose confiscate, non potendo la relativa statuizione essere riesaminata a ciò ostandovi il principio del giudicato (cfr. Cass. pen. n.7036/12).

 

 Paolo Emilio De Simone