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La pena come rieducazione e prevenzione. I passi della società civile verso i condannati.

Approfondimento 

La pena come rieducazione e prevenzione. I passi della società civile verso i condannati.

Per lungo tempo  la pena è stata considerata esclusivamente una retribuzione del male con il male (come nella legge del taglione: "... Se segue una disgrazia, allora pagherà vita con vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido" Esodo 21, 23-25) , regola costituente peraltro già di per sé evoluzione di civiltà rispetto alla pena intesa come una vendetta sproporzionata, pure a lungo ammessa nelle società arcaiche ( "…Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette" Genesi 4, 23-24).

La risposta in termini di inflizione di una sofferenza ad una violazione di una norma di convivenza civile, già si rinviene in Platone che nel Teteto fa dire a Protagora che "chi manca di virtù umana deve esserne fornito a forza di castighi così da farlo diventare migliore", laddove Aristotele, dal canto suo, affermava che i giovani potevano essere istruiti solo con la sofferenza.

D'altronde, l'uso della bacchetta  e di punizioni corporali come strumenti educativi nelle nostre scuole, rappresentano una realtà risalente ad un passato relativamente recente, essendo costumi educativi socialmente tollerati fino a buona parte del secolo scorso.

Anche Immanuel Kant, nel settecento, considerava la pena giuridica come "un imperativo categorico", una necessità sociale che "non può mai essere inflitta semplicemente come mezzo per determinare un altro bene a favore del delinquente stesso o della società civile, ma deve essere inflitta al colpevole sempre ed esclusivamente perché ha commesso un crimine": ancora la risposta sanzionatoria dello Stato intesa come un "male" a fronte di altro "male", quindi.

Una eco della moderna funzione-general preventiva della pena si rinviene poi nel pensiero di Seneca, laddove la inflizione della sanzione intesa come una sofferenza non era intesa come fine a sé stessa, ma affinché si prevenisse in futuro la commissione di altri mali ( "Nemo prudens punit, quia peccatum est, sed ne peccetur". Seneca De Ira, I, 19.)

Senza voler andare oltre ad esaminare la evoluzione della funzione della pena almeno nel pensiero Occidentale- tenendo però sempre presente che il leit motiv della stessa è stato costantemente identificato in un castigo, una risposta alla sofferenza causata dal reo con la commissione di un delitto in termini di una sofferenza proporzionata inflitta al reo- appare dunque di prima evidenza quale portata dirompentemente innovativa- ed a tratti utopistica- abbia avuto la previsione della norma di cui all'art. 27 Cost. da parte dei nostri Padri Costituenti.

Nell'articolo 27 della Costituzione si legge che la "pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato".

La pena come momento di sofferenza dell'individuo è stata vista quindi dai Padri Costituenti come una opportunità di recupero, un percorso verso la riabilitazione del condannato, volta al reinserimento sociale dello stesso.

Sarebbe tuttavia miope considerare questo scopo in una chiave esclusivamente "buonista", come chance riconosciuta solo all'individuo e non alla collettività nel suo complesso: secondo le statistiche del Dipartimento Affari Penitenziari, infatti, solo il 19 per cento dei detenuti che ha usufruito di benefici penitenziari commette nuovi reati.

Tale percentuale sale al 79 per cento nel caso di quei condannati che non hanno usufruito di alcun beneficio penitenziario durante la detenzione.

Ed è questa funzione della pena intesa come opportunità che merita una riflessione critica, non solo da parte degli operatori del diritto, ma anche degli organi politici e della società civile tutta.

La pena, in una nuova concezione funzionale, deve essere intesa come opportunità di recupero non solo per il singolo individuo, ma per la collettività intera: con la commissione di un reato, infatti, si determina nella società civile una "rottura", una grave disarmonia, che va ricomposta con il processo, la irrogazione di una pena e la attuazione di strumenti di giustizia riparativa nei confronti delle vittime.

La pena va dunque intesa come viatico per la ricomposizione di tale frattura,  e quindi, non più come sterile punizione e segregazione del condannato, ma come mezzo di riflessione critica e di crescita personale.

E siccome la commissione di un reato si verifica solitamente- anche se non sempre- laddove tutti gli altri strumenti "sociali" hanno fallito, il percorso di riflessione critica e di evoluzione dovrebbe riguardare non solo l'individuo, ma la società civile tutta, in un meccanismo di virtuoso riavvicinamento reciproco.

 Conoscere i motivi a delinquere, apportare preventivi correttivi per il futuro, vigilare sulla effettiva funzionalità delle istituzioni a supporto delle famiglie e dei minori, intervenire- ove necessario- con sostegni sociali mirati, prima che il disagio economico/culturale/sociale si trasformi in fertile "humus" per la cooptazione del soggetto in ambienti criminali e degeneri  nel delitto, dovrebbero essere compiti dello Stato -ovvero delle varie istituzioni nelle quali esso opera- il cui avvenuto puntuale adempimento deve trovare un momento di valutazione critica ai sensi dell'art. 133 c.p. dall'operatore di diritto, il quale solitamente si trova ad essere l'ultimo baluardo di quello stesso Stato, di fronte alla "frattura sociale" costituita dal delitto.

La presa d'atto dei "motivi a delinquere e del carattere del reo" da parte del giudice al momento della decisione della entità della pena, ai fini del giudizio sulla entità della pena, costituisce il primo momento di "presa d'atto" da parte dello Stato, della eventuale carenza o inoperatività dei propri presidi di supporto familiare o sociale.

I motivi a delinquere tuttavia non sono sempre legati a motivi di disagio sociale.

Ma la individuazione degli stessi rappresenta sempre un indispensabile strumento di "indagine preliminare" per approntare tutti gli strumenti concreti volti al recupero del condannato alla società.

Dopo la valutazione dei motivi che hanno sotteso alla commissione di un reato da parte del giudice, il secondo momento di riflessione critica da parte degli organi statali si attua dunque, dopo la irrogazione della sanzione, attraverso il dispiegamento di tutti i mezzi ritenuti utili per attuare il recupero del condannato alla società.

In altre parole, dopo la irrogazione della pena e durante la esecuzione della stessa, lo Stato deve attuare tutti gli strumenti volti a realizzare una riconciliazione della società civile offesa attraverso il recupero sociale del condannato.

Gli strumenti tesi al recupero sociale del condannato sono quel complesso di istituti giuridici alla base del cd. trattamento penitenziario, finalizzati  a responsabilizzare il condannato, come i permessi premio, il lavoro all'esterno e le misure alternative alla detenzione.

Questi strumenti, lungi dall'essere espressione di una politica penitenziaria "buonista" e finalizzati alla mitigazione della sofferenza insita nella pena, per ragioni genericamente moralistiche e astrattamente garantiste, hanno la concreta funzione di porre in essere quel processo di riconciliazione tra Stato e condannato che, in caso di esito favorevole, avrà come risultato il recupero alla società di un individuo responsabile, consapevole, che potrà apportare fattivamente il proprio contributo alla stessa.

Le misure alternative alla pena detentiva non devono quindi essere considerate alla stregua di misure per ovviare al sovraffollamento delle carceri, ma come modalità esecutive della pena che possono recuperare -ad espiazione compiuta- un soggetto utile alla società ed abbattere il pericolo concreto di recidiva, senza scalfitura alcuna al principio della certezza della pena e con concreti benefici per la collettività intera.

Durante la esecuzione della pena, il detenuto continua ad essere portatore di diritti fondamentali, da esercitare nei confronti delle istituzioni incarnazione dello Stato.

Tra questi, il diritto di eguaglianza formale e soprattutto sostanziale sancito dall'art. 3 della Carta fondamentale: non solo tutti i detenuti hanno pari dignità formale e non devono subire discriminazioni per ragioni legate alle loro opinioni politiche, religiose, al sesso, alla razza alle loro condizioni economiche e/o sociali, ma il recupero di ognuno deve essere attuato secondo criteri individuali, in rapporto alle specifiche condizioni di ognuno.

In conclusione, il trattamento penitenziario non deve intervenire solo nel momento di crisi, ovvero dopo la "frattura" determinata dalla commissione di un reato, quando occorre dare dispiegamento alla manifestazione della potestà punitiva dello Stato, nel momento della esecuzione della pena.

Il trattamento degli individui, la cura degli stessi, da parte di organi statali, non deve essere unicamente demandato agli organi del procedimento penale.

Il trattamento penitenziario deve essere innanzitutto frutto di lungimiranti scelte politiche, volte a prevenire -con interventi sociali- le occasioni di delitto, attraverso un continuo esercizio del dettato dell'art. 3 della Costituzione da parte degli organi dello stato, sia prima della irrogazione di una pena, che dopo.

Il carcere fine a se stesso, inteso come castigo, come contenimento della libertà personale di individui che hanno commesso reati, o come recinto che separa coloro che hanno sbagliato da tutti gli altri, soddisfa forse la emotività collettiva ma alla lunga non risolve, non serve a prevenire nuovi reati, non è cioé funzionale a contenere il pericolo di recidiva, non è realmente utile alla società.

La strada da percorrere verso la realizzazione di una società veramente democratica è quella di prevenire la commissione di reati attraverso la "formazione" dell'individuo- nella scuola, nella famiglia, in tutte le istituzioni fisiologiche della società- prima che commetta un reato.

Dopo la irrogazione di una sanzione nei confronti di un individuo che ha commesso un reato, in fase esecutiva, la pena poi deve essere "funzionale", ovvero tesa al recupero della persona e, quindi, all'abbattimento del pericolo di recidiva, con ricadute positive sulla collettività tutta.

La realtà carceraria deve essere modulata su questo obiettivo e deve farsi strada anche nella società civile, attraverso strumenti di conoscenza adeguata, l'idea che l'attuazione della pena debba essere modulata sulle realtà concrete di ciascun condannato e che il carcere debba essere solo la extrema ratio.

La diffusione, anche tra "i non addetti ai lavori", dell'idea che la valutazione del tipo di reato, dei precedenti, delle realtà familiari, dei risultati della sperimentazione della personalità, della entità della pena, costituiscono elementi che possano consentire l'attuazione della sanzione in una modalità alternativa al carcere e tuttavia non meno efficace, in quanto modalità che assicura la restituzione alla società, a pena espiata, di un soggetto con ridotta capacità a delinquere, può costituire il viatico affinché i membri della società civile prendano coscienza della utilità generale insita nel concetto di "pena funzionale" sopra delineato.

Tale rinnovata coscienza comune costituirebbe una condizione finalmente favorevole alla attuazione di riforme del sistema penitenziario volte ad attuare i principi di cui si è detto, riforme non più considerate in maniera miope e semplicistica alla stregua di interventi solo mirati a porre rimedio al sovraffollamento carcerario. 

Napoli, il 21 settembre 2018

                                                                                                                           Filomena Capasso