Unicost Puglia - 4°convegno interdistrettuale "Autogoverno e magistratura : presente, passato e futuro"

Relazione introduttiva di Roberto Carrelli Palombi

Siamo giunti alla quarta edizione del convegno interdistrettuale organizzato dai colleghi di Bari e di Lecce e devo dire che l'evento ad oggi rappresenta un appuntamento costante dell'associazionismo giudiziario ed un'occasione di crescita di quel laboratorio di idee che è stata e vuole continuare ad essere Unità per la Costituzione: un luogo dove confrontarci ed arricchirci per crescere nella nostra dimensione istituzionale ed ordinamentale al fine di potere rendere un servizio sempre migliore ai cittadini. Lo ripeto ogni anno la proposta dei gruppi territoriali di Bari e di Lecce fa parte del nuovo corso di Unita per la Costituzione e si è imposta come un metodo di lavoro e di azione politica, oltre che come un modello virtuoso da esportare anche in altre realtà territoriali. 

Quest'anno poi il convegno ha un significato del tutto particolare, nel senso che si tiene proprio nel preciso momento storico - politico nel quale si chiude una consiliatura e se ne apre un'altra, quella  scelta dai magistrati con le elezioni del 6 e 7 luglio scorso ed integrata con i componenti laici eletti dal Parlamento in seduta comune lo scorso 19 luglio. 

Voglio, a questo riguardo e per la prima volta in forma pubblica, esprimere, a nome di tutto il gruppo, un sincero augurio di buon lavoro a Cochita, Gianluigi, Luigi, Marco, Michele ed in particolare un fortissimo "in bocca al lupo" per il prestigioso mandato che è stato  loro conferito e che, sicuramente, ricopriranno al meglio, nell'interesse delle Istituzioni e nel solco segnato dai valori della terzietà costituzionale e del non collateralismo che contraddistinguono il patrimonio culturale del nostro gruppo. A ciò si unisce il più sincero rammarico per la mancata elezione di Carmelo, al quale ribadisco pubblicamente la mia vicinanza prima di tutto umana, per lo sforzo immane profuso nella campagna elettorale, che davvero meritava, per le doti umane e professionali del candidato, un diverso apprezzamento da parte dei colleghi. Alla vicinanza umana si aggiunge, come ho avuto già occasione di dire, una consonanza politica per il modello di candidato interpretato da Carmelo: la sua mancata elezione impone a tutti noi una seria riflessione che dovrà essere fatta nella sede prevista dallo statuto, il comitato di coordinamento nazionale, già convocato per la fine di ottobre: in quell'occasione dovremo essere capaci di dare delle risposte ad una, da tutti auspicata, affermazione, forse troppo superficialmente data per certa, che, invece, è mancata,  nella consapevolezza che non si è trattato di una sconfitta personale del candidato, ma dell'intero gruppo ed in primo luogo della sua dirigenza politica che ho avuto l'onore, da oltre tre anni, di rappresentare.  Per questo motivo ho ritenuto, meditatamente, di dovere esprimere, con il gesto più forte che mi fosse consentito, il mio fermo disappunto per il voto espresso dai magistrati nel collegio della legittimità e la mia assunzione di responsabilità per quanto accaduto. Anche su questa mia decisione, che ho ritenuto di prendere nel momento in cui si è registrata la sconfitta ed al di la di quello che immaginavo sarebbe potuto accadere in relazione alle altre categorie, avremo modo di confrontarci, sono sicuro, nell'esclusivo interesse del gruppo in occasione del prossimo comitato di coordinamento. 

Sento ancora il dovere di esprimere, in questa sede pubblica e prestigiosa, un sincero ringraziamento a Maria Rosaria, Francesco, Luca, Massimo e Saro per il servizio svolto a favore dell'Istituzione e nella fedeltà ai valori del nostro gruppo; hanno avuto un compito davvero arduo, perché è stata una consiliatura particolare nella quale si sono gettate alcune basi importanti per costruire un volto nuovo e moderno della Magistratura; ma anche in relazione a questi temi   avremo modo di confrontarci, fare bilanci ed analisi. A voi cinque, dopo l'esperienza unica dell'autogoverno compete un ruolo altrettanto fondamentale nel prosieguo del cammino associativo e dell'impegno, nell'interesse della collettività, a tutela dell'autonomia e dell'indipendenza della Magistratura: da domani si apre per Voi l'occasione di riportare l'esperienza maturata e le eccezionali conoscenze ordinamentali e di sistema acquisite durante l'esperienza consiliare nel dialogo e nel confronto con tutti i colleghi che avrete ancora modo di incontrare nei vostri percorsi professionali ed associativi. Avete avuto, certo per Vostri meriti, un'occasione eccezionale, che avete saputo sfruttare al meglio delle Vostre capacità; sono certo che, al di là delle legittime aspirazioni personali di ognuno, sarete in grado di trovare i modi per contribuire, con l'intelligenza e la capacita che vi hanno contraddistinto nell'esperienza consiliare, nell'interesse dell'intera Magistratura, all'affermazione dei valori nei quali ci riconosciamo.

Al di là di queste, per me, necessarie appendici, dicevo, il Convegno di Unicost Puglia ha un significato, quest'anno, del tutto particolare, che, in piena condivisione con la dirigenza del gruppo, viene sinteticamente rappresentato nel titolo scelto dai colleghi di Bari e di Lecce, ai quali rinnovo il mio più sentito ringraziamento per l'impegno profuso nell'organizzazione dell'evento.  "Autogoverno e magistratura: presente, passato e futuro": il convegno di quest'anno vuole, appunto, rappresentare un occasione per celebrare in forma pubblica e con riguardo alle tematiche più importanti che coinvolgono l'attività dell'autogoverno, una sorta di passaggio delle consegne fra vecchia e nuova consiliatura. 

Attraverso le interessanti riflessioni che verranno proposte dai colleghi di Bari e di Lecce sui temi della deontologia, della dirigenza e dello statuto del P.M., i consiglieri eletti, nelle due tavole rotonde previste, avranno modo di confrontarsi su quanto fino ad oggi è stato fatto e su quelle che sono le sfide future per l'autogoverno della Magistratura. Ciò, con particolare riferimento ai temi più caldi che attengono ai criteri di scelta dei capi degli uffici, ai problemi legati all'edilizia giudiziaria, chiaramente oggi molto sentiti in questa sede, ed alle connesse responsabilità dei dirigenti, nonché con riguardo ai rapporti fra magistratura e politica ed ai connessi profili etici e con particolare riferimento all'etica che deve guidare le scelte del componente del C.S.M. eletto con il sostegno di Unita per la Costituzione. 

Affronto, solo in termini introduttivi, i diversi temi che verranno trattati oggi e domani, partendo proprio da quello dell'etica, ritenendo che sullo stesso abbiamo maturato una nostra elaborazione, in esito al congresso di Viterbo, che è offerta ai nostri consiglieri come un patrimonio ideale idoneo a contraddistinguere il loro impegno in sede di autogoverno.   

Dicevamo, appunto, a Viterbo che la nostra attività associativa si è, in questi ultimi anni, articolata nella proposta di un modello di magistrato, ancorato ai valori della terzietà costituzionale, al quale deve conseguire un modello di consigliere che i nostri eletti saranno chiamati ad interpretare. Riporto nel seguito quello che ho avuto modo di dire e di scrivere a Viterbo con riguardo alle linee attorno alle quali potrà costruirsi, nelle scelte concrete che sarà chiamato ad operare, il mandato del consigliere eletto con il sostegno di Unita per la Costituzione. 

Abbiamo parlato di un consigliere, fortemente calato nella realtà giudiziaria per via del suo impegno, precedente all'elezione, nel servizio giustizia, cresciuto nella dimensione associativa, che si nutre di cultura dell'autogoverno ed esercizio e tutela del potere diffuso; un consigliere che sappia essere intransigente sui contenuti, ma moderato nei toni e rispettoso verso tutti gli interlocutori che potrà incontrare nel suo altissimo mandato istituzionale;  un consigliere che, come il giudice, sappia accettare e rispettare il primato della legge, anche se non gradita, interpretandola ed attuandola sempre, attraverso la normazione secondaria, secondo le direttrici segnate nella Costituzione;  un consigliere che in ogni occasione sappia rifiutare qualsiasi forma di collateralismo proponendo, con autorevolezza, attraverso l'esercizio della funzione di amministrazione della giurisdizione, l'attuazione del modello costituzionale di giustizia; un consigliere che sappia, in forza dell'esperienza giudiziaria maturata, essere idealmente e fisicamente vicino ai problemi quotidiani dei magistrati, nella consapevolezza che ogni pratica attiene ad una parte importante della vita di un collega;  un consigliere che sappia interpretare, con la propria testimonianza concreta, l'etica costituzionale del magistrato, che è etica del dover essere e del dovere operare con il metodo della Costituzione in una società in rapida e perenne trasformazione: ciò richiede apertura al dubbio sui propri convincimenti e disponibilità a confrontarsi con tutte le argomentazioni che vengono proposte nelle infinite fattispecie portate a conoscenza dell'organo di autogoverno, unita alla capacità di accettare le critiche che vengono rivolte al quotidiano esercizio della discrezionalità tecnica che presiede alle scelte operate;  un consigliere, infine, che sappia ispirarsi ai valori della terzietà costituzionale, testimoniando, anche in sede di autogoverno, la necessaria separatezza dalla politica, che è connaturale alla funzione istituzionale della magistratura e non può certo mancare in chi si trova ad esercitare, sia pure temporaneamente e per mandato elettivo, la funzione di vertice organizzativo del sistema giudiziario. 

Oggi, nell'attuale contesto politico ordinamentale, ritengo che il nuovo Consiglio dovrà concentrare la propria attenzione sull'indipendenza interna del magistrato, operando un'inversione di tendenza rispetto a scelte discutibili del passato. Occorrerà profondere il massimo impegno per la rimozione di tutti quei condizionamenti che possono provenire dall'interno del sistema giudiziario, se non addirittura, in alcune occasione dallo stesso sistema di autogoverno, recuperando la figura del magistrato senza timori e senza speranze. Sono quanto mai attuali le parole di Satta sul carrierismo dei giudici che determina "la prima e più grave fuga dal giudizio, cioè soggettivamente il funzionarismo dei giudici, oggettivamente il dottrinarismo delle sentenze: perché le sentenze giudicano, ma servono per essere giudicati, di un giudizio, si intende, necessariamente formale, in quanto non investe né può investire tutta la personalità del giudice, che si manifesta in un campo assai più vasto della mera redazione di una sentenza". In questa direzione a Viterbo ho provato a porre in evidenza i pericoli della carriera, che, in forza della previsione contenuta nell'art. 107 comma 3 della Costituzione, non dovrebbe proprio esistere in magistratura. Difatti i magistrati si distinguono fra loro solo per la diversità delle funzioni esercitate ed a ciò consegue che anche la scelta la scelta dei direttivi deve avvenire sulla base dell'individuazione dei percorsi professionali che risultano più idonei nell'interesse dell'amministrazione della giustizia: non si tratta, infatti,  di individuare il curriculum migliore in assoluto, ma soltanto di selezionare il candidato che risulti portatore degli elementi attitudinali più adatti per rispondere alla specifica capacità  organizzativa necessaria per gestire l'ufficio in questione.  Per questo va comunque incentivato l'accesso a tutte quelle opportunità offerte dal contesto ordinamentale che consentono lo sviluppo dei percorsi professionali attraverso la valorizzazione delle specifiche esperienze e competenze maturate. 

Alla luce di quanto fin qui detto,  è  necessario individuare degli antidoti idonei ad indirizzare  l'attività del C.S.M. lontano da quei pericoli derivanti dalla reintroduzione, di fatto, di una carriera del magistrato,  che possono trasformarsi in effettivi attentati alla sua autonomia ed all'indipendenza. In questa direzione il governo autonomo della magistratura deve essere, principalmente, il luogo di tutela del potere diffuso, del potere giudiziario che viene esercitato in modo diffuso, del quale sono titolare tutti gli appartenenti all'Ordine giudiziario. I magistrati devono potere esercitare serenamente le proprie funzioni usufruendo di quella situazione di indipendenza di cui è garante il C.S.M. 

Nella direzione ora indicata merita una rivisitazione e forse una spolverata, considerato il prolungato disuso, l'istituto delle pratiche a tutela, dovendosi ricordare che, quando, attraverso l'attacco al singolo magistrato, viene ad essere colpito l'esercizio della funzione giudiziaria, è l'istituzione consiliare che deve reagire per la tutela degli equilibri costituzionali e del principio della separazione dei poteri. Occorre restituire vitalità a quell'istituto nato nella prassi consiliare e consacrato dalla normativa secondaria volto a proteggere il libero dispiegarsi della funzione giurisdizionale, al di la dei frequenti condizionamenti provenienti tuttora dalla classe politica, rispetto ai quali il singolo magistrato è totalmente indifeso. 

Ed ancora, con riguardo all'attività della prima commissione, mi permetto di segnalare la necessità di introdurre una decisa inversione di tendenza nella gestione e nella trattazione delle pratiche finalizzate a verificare la sussistenza di ipotesi di incompatibilità ambientale dei magistrati ai sensi dell'art. 2 legge delle guarentigie. Già ho avuto modo di pronunciarmi contro un allargamento, attraverso la normazione secondaria, degli ambiti di operatività dell'istituto dell'incompatibilità ambientale, quale configurato dal novellato art. 2. Oggi mi sento di aggiungere  che sono necessarie delle ulteriori regole che garantiscano, nella fase precedente all'instaurazione del procedimento per incompatibilità, la tutela del prestigio del magistrato e della sua legittimazione all'esercizio delle funzioni che gli sono state affidate. Occorre, in particolare, assicurare l'assoluta segretezza, fino alla discovery che avviene solo con la formale contestazione dell'ipotesi di incompatibilità, della pendenza della pratica, che, il più delle volte, nasce da esposti che si rivelano del tutto infondati. Non si può continuare con annunci di richieste di aperture di pratiche per incompatibilità date attraverso gli organi di informazione. Ne va della legittimazione del magistrato ad esercitare le sue funzioni, che rischia di essere pregiudicata da iniziative per lo più infondate e strumentali. Sono stati diversi, ahimè, gli episodi nei quali magistrati, ingiustamente attaccati, anziché essere adeguatamente difesi dal loro organo di autogoverno, si sono trovati, immotivatamente, esposti ad una pubblica delegittimazione che attenta, non tanto e non solo alla loro reputazione, quanto al libero esercizio della funzione che sono stati chiamati ad esercitare. E poi, oltre al danno derivante dall'indebita ed assolutamente inopportuna diffusione delle notizie relative alle aperture di pratiche " para disciplinari", segue la beffa derivante dai tempi eccessivamente lunghi di trattazione delle pratiche stesse, anche quando le iniziative assunte si rivelano, a prima vista, del tutto infondate. A ciò si unisce la mancanza di qualsiasi comunicazione al magistrato della definitiva archiviazione della pratica,  che avviene attraverso delibere di plenum rispetto alle quali, per il singolo magistrato,  è difficile operare un'attenzione ed un monitoraggio. Sorge poi naturale il sospetto che certe pratiche vengano strumentalmente mantenute aperte in vista di una possibile scorretta valorizzazione di quanto in esse rappresentato, anche se mai accertato, in occasione della valutazione del magistrato interessato nelle procedure di progressione in carriera o di conferimento di incarichi direttivi o semidirettivi. Occorre, perciò, introdurre dei termini certi per la trattazione delle pratiche anche nella fase preliminare ed inoltre evitare che le istruttorie siano avviate e coltivate per fini diversi da quelli che presiedono al trasferimento incolpevole regolamentato dall'art. 2 legge guarentigie, evitando di entrare nel merito dell'attività svolta. 

Con riguardo ai rapporti fra l'associazionismo e l'Istituzione consiliare,  auspico che i consiglieri riescano ad assicurare costruttive occasioni di sinergia con la componente associativa che li ha espressi. Nell'assoluto rispetto delle prerogative del governo autonomo della magistratura, occorre consentire alla dirigenza del gruppo di assicurare la coerenza di una linea politica che deve essere testimoniata in primo luogo dai nostri rappresentanti. Ritengo necessario, a questo proposito, da un lato, uno scambio di opinioni in occasione di scelte consiliari di carattere ordinamentale che possano avere una ricaduta sulla linea politica del gruppo. Da un altro lato credo che sia indispensabile, anche con il coinvolgimento dei magistrati segretari e di quelli in servizio presso l'ufficio studi, una costante attività d'informazione "politica" sulle scelte operate all'interno dell'Istituzione che vada al di la della mera ed inutile trasmissione delle delibere. Ritengo che con queste modalità le tematiche relative al ruolo del giudice ed al funzionamento del sistema di autogoverno potranno, tornare ad essere, in modo costruttivo, centrali nel dibattito associativo.

Passo, quindi, al tema della dirigenza degli uffici, che sarà oggetto della prima tavola rotonda e rispetto al quale ritengo necessario operare una profonda riflessione su come sta cambiando, temo in una generale inconsapevolezza, il ruolo del dirigente di un ufficio giudiziario. 

Già ho avuto modo di esprimere il mio apprezzamento per l'impegno profuso dal C.S.M. uscente nella tematica del conferimento degli incarichi direttivi, non solo per le numerose nomine effettuate, impegno che non merita di essere brutalmente svilito, come avvenuto durante la campagna elettorale, per alcune scelte opinabili, che io stesso avrei rivolto in un'altra direzione, ma anche ed in particolare per l'adozione del nuovo testo unico sulla dirigenza degli uffici giudiziari, adottato dal plenum su proposta della quinta commissione presieduta da Maria Rosaria Sangiorgio. Ciononostante ritengo che, alla luce della prima applicazione nel corso di questa consiliatura, è necessario  fare il punto della situazione sull'effettivo raggiungimento di un adeguato equilibrio fra le esigenze di predeterminazione dei criteri selettivi ed il margine di discrezionalità che deve permanere in capo al C.S.M. nella scelta delle persona da destinare ai vertici degli uffici giudiziari. Occorre verificare l'opportunità di introdurre ulteriori paletti alla discrezionalità, evitando, in ogni caso,  di reintrodurre, in modo mascherato, un'autonoma valenza dell'anzianità di servizio, come in realtà ha proposto Autonomia e Indipendenza nella campagna elettorale. Ciò in quanto il criterio dell'anzianità per il conferimento degli incarichi direttivi è stato eliminato dal legislatore e ad esso, a legislazione vigente, può riconoscersi solo una rilevanza residuale come criterio di validazione delle attitudini e del merito. Viceversa in quest'ultima campagna elettorale per il rinnovo del C.S.M. è stato prospettato un autentico ritorno al passato con una sostanziale reintroduzione dell'anzianità, quale criterio autonomo, rilevante ai fini del conferimento degli incarichi direttivi e semi direttivi. Si è parlato della reintroduzione delle fasce di anzianità; bisogna, al riguardo, ricordare che le fasce erano previste nella normativa secondaria prima della riforma del 2006, la cui entrata in vigore ne impose l'abrogazione. Avevano la finalità di snellire le procedure e consentire al C.S.M. di esaminare e valutare comparativamente un numero più limitato di aspiranti ad un posto direttivo, numero che veniva individuato solo sulla base del criterio dell'anzianità di servizio. Era già prevista, la, oggi rispolverata, eccezione dello spiccato rilievo che poteva essere riconosciuto ad un candidato e che consentiva la cosiddetta apertura della fascia, ipotesi che nel concreto si verificava non di rado e determinava polemiche e malcontenti oltreché numerosi ricorsi al giudice amministrativo. In sostanza la vulgata comune prevedeva che per la generalità dei magistrati normali valeva il criterio rigido dell'anzianità, mentre solo per pochi eletti era consentito un non sempre giustificato ed a volte poco trasparente sorpasso. E' chiaro allora che, al di la degli slogan da campagna elettorale, la legislazione vigente non consente oggi un puro e semplice ritorno al passato, come proposto da Autonomia ed Indipendenza. Per inciso osservo che la stessa filosofia di retroguardia e restaurazione traspare dalla proposta, pure avanzata in campagna elettorale, di accrescere, come era in precedenza, il rilievo dell'anzianità per l'accesso in Cassazione, omettendo anche qui di considerare che le funzioni di legittimità sono state qualificate dal legislatore in modo profondamente diverso rispetto a tutte le altre funzioni di merito, essendo stato riconosciuto uno specifico rilievo, oggetto di una valutazione preliminare da parte di un organo esterno al C.S.M., alla capacita scientifica e di analisi delle norme, che prescinde completamente dall'anzianità di servizio.  

Ma quel che mi preme particolarmente  evidenziare è che, in una situazione fisiologica di incarichi da conferire derivante dal normale avvicendamento, ben diversa da quella vissuta dalla consiliatura uscente, occorre far maturare nei magistrati, al la delle aspirazioni personali, delle effettive vocazioni alla dirigenza che il C.S.M. dovrà valutare, una prima volta in modo comparativo, nella fase di selezione degli aspiranti ed una seconda volta quando si tratta di valutare il dirigente  alla luce dei risultati dallo stesso conseguiti, valutazione da eseguirsi in modo globale  andando ben oltre il mero esame degli scarni dati numerici. A questo fine mi sento di auspicare che in sede consiliare e certamente anche in ambito associativo possa aprirsi una seria riflessione sul modello di dirigente di un ufficio giudiziario verso il quale ci stiamo orientando onde verificare se concretamente esso è tuttora in linea con la figura di magistrato voluta dal Costituente e con i principi dettati in materia di responsabilità nell'organizzazione dei servizi inerenti la giustizia. 

Nella direzione ora indicata e per recuperare il senso della figura del magistrato dirigente è indispensabile assicurare, negli uffici di ogni dimensione, il diretto impegno giurisdizionale del capo, evitando il ripiegamento dello stesso verso un modello tecnocratico di natura manageriale. Lo abbiamo detto tante volte, gli uffici giudiziari non sono delle aziende ed a ciò consegue che i capi non possono essere solo dei manager, ma devono continuare ad essere giudici e pubblici ministeri. Di conseguenza, per potere efficacemente esercitare con credibilità la funzione di amministrazione della giurisdizione, che è stata formalmente delegata al dirigente con il conferimento dell'incarico, lo stesso deve effettivamente esercitare, sia pure in maniera ridotta rispetto agli altri magistrati dell'ufficio, le funzioni giurisdizionali. Occorre introdurre delle forme di monitoraggio su come i dirigenti esercitano questa facoltà, verificando anche quanto assidua sia la loro presenza nella quotidiana attività dell'ufficio. Ciò, al fine di assicurare che il capo possa essere realmente vicino ai colleghi che ha chiesto di dirigere, specie i più giovani, ai quali devono offrirsi modelli e testimonianze concrete e coerenti con l'importanza dei compiti che ci sono stati affidati, modelli sui quali fondare la costruzione della propria identità professionale.

Ed ancora occorre introdurre dei meccanismi  per fermare la deriva che sta completamente snaturando il ruolo, del tutto atipico rispetto ad altre strutture di tipo amministrativo, del capo dell'ufficio giudiziario. Mi voglio riferire alla delega al dirigente di funzioni tipicamente amministrative che rientrano nelle prerogative ministeriali attribuite al guardasigilli in forza della previsione contenuta nell'art. 110 della Costituzione. La suddetta norma stabilisce che il Ministro della Giustizia, ferme le competenze del C.S.M., è tenuto ad assicurare l'organizzazione ed il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia; in questi servizi rientrano senz'altro tutta quelle attività inerenti alla manutenzione degli edifici adibiti ad uffici giudiziari che, senza alcuna predisposizione di mezzi e di strutture, sono state trasferite dai comuni al Ministero della Giustizia. Ciò, con il perpetuarsi di situazioni dettate dall'emergenza, ha determinato un ingiustificato ed inaccettabile aumento dei compiti e delle responsabilità del dirigente, con il profilarsi di profili di dubbia costituzionalità e di evidente inopportunità.  Il magistrato, dirigente dell'ufficio, per via della delega allo stesso sempre più spesso conferita dal Ministero, diventa stazione appaltante con tutte le conseguenze in termini di obblighi e di responsabilità, oggi sempre più rilevanti ed impegnativi anche alla luce della complessa normativa sugli appalti e delle linee guida dell'ANAC, certamente vincolanti anche per noi. Il tutto senza avere fornito gli uffici di alcun supporto di personale professionalmente in grado di fare fronte alle nuove attribuzioni. 

Occorre che il nuovo C.S.M. si faccia carico di questa tematica, che, ripeto, rappresenta una vera emergenza e che, se non adeguatamente affrontata, finirà per snaturare definitivamente il ruolo del magistrato dirigente; costui è istituzionalmente responsabile di dirigere il personale di magistratura  ed organizzare il concreto esercizio della giurisdizione, dovendo invece, relativamente ai profili prettamente amministrativi, collaborare con altri soggetti ai quali compete la responsabilità di organizzare, sotto la sua guida, i servizi inerenti la giustizia. Ed a questo riguardo deve registrarsi il fallimento della disciplina della cosiddetta doppia dirigenza, stante la sua pressoché totale mancata attuazione da parte del Ministero per la scopertura della gran parte dei posti di dirigente amministrativo previsti nella pianta organica degli uffici giudiziari. A tali carenze, a noi non imputabili, non può più supplirsi con la suicida disposizione regolamentare, di derivazione consiliare e di natura amministrativa, in base alla quale le funzioni del dirigente, in caso di scopertura del posto, sono svolte dal capo dell'ufficio. 

Le relazioni ed il dibattito che seguiranno avranno modo di affrontare questi ed altri temi connessi alle dinamiche consiliari nella quali, sempre più, tutti i magistrati devono sentirsi coinvolti. Ma, nel concludere questo intervento introduttivo, sento il dovere di evidenziare l'assoluta necessità di riprendere il percorso che insieme abbiamo deciso di intraprendere, significativamente, proprio in Puglia l'anno scorso con l'assemblea generale tenutasi a Castellaneta, provando a dare risposta ad un'esplicita richiesta proveniente dalla base e da numerose rappresentanze territoriali del nostro gruppo;  quel percorso che dovrà portare alla riscrittura delle regole del nostro stare insieme e riconoscerci come gruppo associato all'interno dell'A.N.M. nonché ad una rivisitazione del documento programmatico nel quale ci riconosciamo da quasi quarant'anni. Le linee guide che a mio avviso dovevano seguirsi in questo percorso avevo provato ad indicarle nella mia relazione al convegno di Castellaneta dello scorso anno, relazione che fu sottoposta all'approvazione unanime della nostra assemblea generale ed alla quale rimando, prendendo atto dello stop che, di fatto, è stato imposto, in conseguenza delle priorità e dei tempi della campagna elettorale per il rinnovo del C.S.M. 

Mi limito a questo punto solo a ribadire che quel percorso deve ripartire e che forse solo seguendolo effettivamente e cosi rinnovando la nostra organizzazione potremo ancora difendere e perpetuare i valori fondanti di Unita per la Costituzione e forse anche trovare una risposta ai mancati successi che ci saremmo aspettati: in sostanza il nostro gruppo, attraverso una riscrittura dei propri valori fondanti, deve sapersi presentare come un'aggregazione culturale ed ideale, al passo con i tempi, aperta a tutti i magistrati all'interno della quale si sviluppa, la cultura ordinamentale e l'etica professionale, con una particolare attenzione rivolta alle nuove generazioni di magistrati ed in particolare alle donne che ne rappresentano la maggioranza. I giovani magistrati, attraverso il nostro impegno e la nostra testimonianza, devono trovare le giuste motivazioni all'impegno associativo, andando oltre quelle di carattere meramente sindacale e prettamente corporativo, sulle quali si sono catapultate da diversi anni, con indubbio successo, alcune componenti dell'associazionismo giudiziario. Sta a noi far comprendere ai nuovi magistrati che l'associazione, includendo in essa le sue componenti culturali, rappresenta, come ebbe a dire Adolfo Beria D'Argentine, uno dei fondatori di Impegno costituzionale, dal quale è nata poi, con la fusione con il gruppo di Terzo Potere, Unità per la Costituzione,  un centro di nobilitazione della Magistratura sui problemi istituzionali e politici attinenti all'amministrazione della giustizia.  

 

Monopoli, 21 settembre 2018

 

Roberto Carrelli Palombi